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Il codice etico di Una battaglia dopo l’altra

Paul Thomas Anderson torna con Una battaglia dopo l’altra e sono due buone notizie. La prima è che il regista, uno dei più grandi (almeno tra i viventi), abbia aggiunto un titolo alla sua filmografia. Per nostro sommo godimento. La seconda riguarda l’opera in sé, di certo tra le più ambiziose che egli abbia realizzato. Una battaglia dopo l’altra non rappresenta soltanto l’esito di uno sforzo produttivo non indifferente – parliamo del budget più alto di cui Anderson abbia mai disposto … e forse di cui disporrà mai, se le cose al botteghino dovessero mettersi male (anche se, a livello di successo, tanto farà la notte degli stupidi Oscar, dove il film pare sia destinato a fare razzia di premi) – ma anche un oggetto di studio irresistibile.

La pellicola – realizzata in VistaVision, e già potremmo smettere di scrivere per genufletterci e ringraziare il cineasta – è un frullatore di tematiche troppo attuali per non colpirci direttamente, spingendoci, durante la seduta di due ore e quaranta minuti, a una riflessione che tuttavia non fa mai sì che il divertimento, puro e incondizionato, sia sacrificato sull’altare della razionalizzazione. In pratica, Una battaglia dopo l’altra può funzionare benissimo anche per un pubblico analfabeta filmico: ci sono sparatorie, esplosioni, inseguimenti d’auto e a piedi, sesso, parolacce, canne, battute a raffica. L’universo messo in scena è un magma di pulsioni tanto verso la morte quanto verso la vita, eludendo il film la trappola della lezioncina su quanto il mondo di oggi sia sempre più un incubo a occhi aperti. Quello lo sappiamo già. Gli ideali rivoluzionari e la lotta per mantenere lo status quo, al centro di Una battaglia dopo l’altra, non sono poi così dissimili: entrambi mirano alla distruzione del nemico, senza soluzioni di conciliabilità. Nella logica del film, il diverso non va compreso, non va fatto ragionare, non va sopportato, bensì soppresso, strappato alla radice dall’humus socioculturale per impedirne la sopravvivenza. Va annientato. Il credo politico degli schieramenti coinvolti all’interno del film risponde, paradossalmente, allo stesso principio: il cupio dissolvi.

Tra i tanti argomenti che Anderson affronta, ci soffermiamo su quello legato al codice etico dei protagonisti, alcuni dei quali sono pronti a commettere l’infame atto di denunciare gli amici pur di salvarsi la pelle. L’integrità ha un costo ed è quindi barattabile. Dietro a proclami e convincimenti “superiori”, si nascondono persone forti in apparenza, e in verità fragili, condizionabili. Gente che crolla se messa sotto torchio o che accetta un compromesso quando ha di fronte a sé il carcere come unica prospettiva. E sulla prigionia (e sui campi di detenzione) Anderson sorvola come un falco, mostrando in che direzione si stanno muovendo i governi (non unicamente quello USA) al fine di gestire il “diverso”, ma anche il dissenso e, più in generale, la difformità di pensiero. Tornando all’etica, in Una battaglia dopo l’altra assistiamo a una sostanziale equità tra i soggetti buoni e quelli cattivi: se tra gli oppressi c’è chi (il personaggio di Perfidia, ma anche i compagni di scuola di Willa) farebbe qualsiasi cosa pur di riacquistare la libertà, tra gli oppressori c’è chi (il Colonnello Steven J. Lockjaw) è disposto a tradire un giuramento per condurre una debosciata vita parallela, mentendo fino alla morte che non è così e finendo, ironia della sorte, con il venir pugnalato alle spalle proprio dall’élite di cui vorrebbe far parte.

Insomma, Una battaglia dopo l’altra fa emergere un dato chiaro circa l’ipocrisia individuale che si cela dietro a due schieramenti in lotta. A prescindere da che lato della barricata si stia, cioè se si voglia parteggiare per gli umili riottosi di Perfidia o per i pompati nazi-suprematisti del militare Lockjaw, a perdere è sempre la loro integrità, la legge morale che li governa. Perfidia e Lockjaw sono due mostri che non conoscono il valore dell’altruismo, che si mettono a capo di un gruppo solo per sfruttarlo e perseguire dei fini personali, non per un obiettivo di fare squadra, di raggiungere una meta condivisa o, più semplicemente, di compiere qualche passo in direzione di un progresso che, se non proprio comunitario, possa essere tuttavia comune anche ad altri oltre a se stessi. Pur di idee politiche antitetiche, non stupisce che i due vadano così d’accordo da finire a letto insieme. Immorali fino in fondo o, almeno, fino all’orgasmo.

Quindi, nel compiere una ricognizione attorno ai personaggi di Una battaglia dopo l’altra, è chiaro quanto dei personaggi come quello di Bob o di Sensei Sergio St. Carlos, ma anche della stessa Willa (eroina suo malgrado, eppure più eroica della madre che l’ha abbandonata e che ha tradito i compagni di rivoluzione), si possa parlare meglio che dei due citati prima. Il motivo è palese e non riguarda soltanto un’appartenenza alla causa “giusta”, quella che, muovendosi in chiave anti-nazionalistica, promuove un’idea di giustizia sociale, di uguaglianza: Bob, Sensei, Willa sono figure positive perché sanno guardare al di là delle loro singole, piccole, egoistiche esigenze, sanno cioè immolarsi non per una ragione ideologica, ma per il prossimo, a prescindere da un legame di parentela. Nelle azioni che compiono non c’è opportunismo: c’è voglia di creare qualcosa, sempre, mai di distruggere solo per il piacere di farlo. Anche a costo di rischiare la pelle, anche a costo di perdere tutto (quel poco che hanno costruito). Per questo, non sono personaggi che vivono di scontri o di soprusi, non vedono nemici ovunque, piuttosto si sforzano di coltivare un benessere interiore, ponendosi ai margini di un mondo che poco li rappresenta e con cui, comunque, devono scendere a patti, mediando tra i valori individuali (non per questo individualistici) e ciò che la società quotidianamente produce (la cultura dell’odio, per esempio).

La migliore America possibile, sembra dirci Paul Thomas Anderson, non è quella che cerca di disunire o di provocare delle spaccature. Tutto il contrario, con buona pace dei governi. Una battaglia dopo l’altra sogna una nazione ideale e smantella il concetto che gli ideali (sempre gli stessi, riciclati in maniera ciclica) conducano davvero da qualche parte: l’impressione, infatti, è che essi ci riportino continuamente al punto di partenza, dando vita a un’illusione di progresso più che a un progresso reale. Di tangibile ci sono soltanto molte grandi e piccole guerre, una dopo l’altra. Che coinvolgono il singolo o la collettività poco importa. Forse è anche questo il significato del titolo del film.

Simone Tarditi