Si scrive Monster: La storia di Ed Gein, si legge Monster: L’influenza di Ed Gein su una società già malata di suo. La terza parte di una serie antologica che, finora, ha dato il suo meglio con il racconto su Jeffrey Dahmer, è nel segno di un racconto dell’orrore che decide di non chiudersi su se stesso, ma di aprirsi su due mondi in apparente contrasto tra di loro, quello della fantasia e quello della realtà, che nel personaggio di Ed Gein trovano una forma di coesistenza non pacifica.
A ben vedere, questa stagione esaspera un problema (attualissimo) già portato alla luce dalla precedente, quella incentrata sui fratelli Menendez: l’alterazione della verità a proprio vantaggio. Ma se da un lato abbiamo due killer che a sangue freddo hanno ucciso i genitori e che poi hanno cercato – e tuttora cercano – di giustificarsi / dissociarsi dalle azioni compiute, dall’altro troviamo invece un uomo di scarsa intelligenza che, senza poi accampare giustificazioni, confonde i due piani principali dell’esistenza umana: quello interiore, legato all’immaginazione, e quello esteriore, dove ogni comportamento produce degli effetti sul prossimo.
L’epos su Ed Gein è composto in una maniera tale da parlare in maniera diretta col pubblico. La questione principale, snocciolata in otto puntate, riguarda l’eredità del mostro su tutti noi, che a sua volta genera un ragionamento di più ampio (e stomachevole) respiro: dal 1945, con l’acclarata esistenza dei campi di sterminio nazisti, l’umanità è entrata in tunnel di atrocità tanto esperite quanto anche solo pensate, come se gli atti malvagi e le logiche di sopravvivenza basate sullo sbranarsi a vicenda fossero parametri necessari per ritagliarsi uno spazio all’interno della società, uno spazio non più garantito dalla sola legge – posto che sia mai stato così – bensì esibito come premio da raggiungere, più per meriti, quindi, che per diritto.
Gein e la sua vicenda del tutto fuori dalla norma e dal normale vivere civile servono alla serie per innescare un discorso che solo in superficie stimola le zone erogene della metacinefilia (Alfred Hitchcock che prepara Psycho, Tobe Hooper che partorisce The Texas Chain Saw Massacre, cambiando entrambi, ognuno a suo modo, la storia del cinema) e che penetra più in profondità quando espande gli orizzonti della narrazione attraverso una prospettiva che taglia trasversalmente la seconda metà del Novecento con l’intento di parlare a noi, che dal secolo scorso siamo usciti solo per entrare in un altro ancora più complesso e, oggi, ancora indecifrabile. Se fino ai primissimi anni Duemila la quotidiana somministrazione di male e violenza avveniva attraverso la carta stampata (giornali, riviste, fumetti e, solo in ultima sede, libri), perciò in larga parte attraverso l’uso della parola scritta più che delle immagini, la diffusione di Internet e soprattutto degli smartphone ha prodotto un cortocircuito di tale rapporto, ossia la vittoria delle immagini sulla parola scritta, diventata orpello ornamentale di fotografie e video (al di là che siano un frutto o un’alterazione dell’AI). Ma non vogliamo addentrarci qui in riflessioni banali o molto più grandi di noi. Rimanendo a Monster: La storia di Ed Gein, il tentativo di motivare le azioni del mostro messo in scena procede di pari passo con la ricerca di una spiegazione sul perché noi ne siamo così affascinati. Questo, in sostanza, il gioco della (e di altre, simili) serie Netflix. Se Gein si è spinto in un territorio della mente dove non vigeva alcuna regola morale e dove lo spettro dei comportamenti era costantemente messo alla prova dalla psicosi – la schizofrenia negli anni Cinquanta e Sessanta, oltre che argomento tabù, non era diagnosticata, trattata o anche solo conosciuta come oggi – cosa dire di chi l’ha preso come modello, ne ha cannibalizzato le gesta per renderle romanzi o sceneggiature, l’ha assolto dalle sue colpe perché, sentendosi simile, ha provato a comprenderlo? Cosa dire di chi, come lui, coltiva le medesime passioni senza però metterle in pratica, limitandosi a immaginarle? E cosa dire di chi, prima e dopo, lo ha emulato, profanandone la tomba o scuoiando altre vittime? Dalla serie, fa strano scriverlo, Gein emerge in parte come un poveretto per cui provare empatia. Fa pena, può ispirare tenerezza, può persino essere elogiato per le sue opere a fin di bene quando viene recluso in una struttura psichiatrica più simile a una casa di riposo che al surrogato di una prigione, dove sarebbe stato crudele oltre che inutile e pericoloso rinchiuderlo.
Se la serie non ambisce a proporre Gein come specchio in cui scorgere il nostro mostruoso riflesso, certo è che di ogni episodio fa una programmatica denuncia sullo stato malato della società. E, come si è detto, lo fa a partire proprio dagli anni di attività criminosa del “Macellaio di Plainfield” (così era soprannominato il protagonista), ponendo perciò un dubbio sul fatto che Gein fosse il solo essere riprovevole in circolazione, almeno in astratto. Tutte le parentesi riguardanti la figura del fotografo Weegee (pseudonimo di Arthur Fellig) sono tra gli aspetti più interessanti. È lì che si fa breccia l’idea di un’America che non nasconde più un’attrazione morbosa per il macabro, per le imagines mortis, ma che anzi se ne ciba ovunque sia possibile, soprattutto su carta stampata quando non dal vivo. Quella stessa America che fa la fila per visionare i lotti di casa Gein prima che vengano messi all’asta e che sarebbe disposta a spendere i propri risparmi per accaparrarsi un brandello della vita del mostro, che sia un lampadario in pelle umana, una cintura di capezzoli, una vulva rinsecchita o la pentola in cui è stato cotto un organo prima di essere mangiato o un teschio per staccarne in tessuti molli. Certo, la serie è un prodotto di intrattenimento il cui servizio è garantito da un’azienda multimiliardaria quotata in borsa, pertanto ogni esagerazione e distorcimento della realtà è solo a fini narrativi, tuttavia il vaso di Pandora che Monster: La storia di Ed Gein intende aprire è volto a realizzare un semplice scopo: porci nella scomoda posizione di non sapere più di chi fidarci (se non tutto quello che ci viene raccontato è veramente successo, allora l’unica soluzione per fare chiarezza diventa documentarsi sulla vita di un omicida necrofilo, diventando a nostra volta soggetti morbosi oltre quello che già siamo). Di puntata in puntata, forse non diventiamo dei mostri, di sicuro però la nostra percezione viene messa a dura prova come quella di Gein. Ed ecco che Monster: La storia di Ed Gein può diventare metafora di un presente in cui, ogni giorno che passa, fake news e realtà dei fatti stanno trasformandosi nella stessa cosa.

