Il Frankenstein di Del Toro chiude un cerchio. O forse continua un discorso preesistente. Impossibile non partire dal suo Pinocchio in stop-motion. Rilettura di un grande classico che si piega all’esigenza narrativo del regista messicano. Spogliato dei stilemi classici, si va a riempire di nuovi messaggi, partendo già dal contesto (il Fascismo italiano) per poi avviluppare un grande discorso sul valore della vita come della morte, e quel finale sì, da sapore agrodolce, non più che lasciarci di sasso davanti a una verità ineluttabile: la vita funziona solo se ha la morte, ma in assenza di questa?
Da qui riparte il suo Frankestein dove la rilettura si ottiene dalle percezioni della stessa storia. Due capitoli, uno dedicato a Victor Frankenstein e l’altro dedicato alla Creatura. Meglio il secondo al primo, almeno nella misura in cui a Del Toro interessano i mostri, la loro postura e il dilemma della morte che si arrovella nell’inedito cervello del mostro. È più mostro chi viene definito così, o chi pur avendo tutto, cerca in modo disperato di sconfiggere la morte? E come la si sconfigge? Con la vita eterna.
Singolare e importante è il risveglio della creature ai piedi del suo creatore: Victor ne rimane spiazzato e apre la finestra per far entrare i raggi del sole della mattina. La creature ha paura e si nasconde, Victor la invita ad allargare le braccia, giacché il Sole è vita. La creatura impara questo e vede anche come il Sole tende a morire per poi rinascere. Quello che succede a lui dopo la sua fuga dal castello. Cerca la vita, alimenta l’intelligenza grazie a un improbabile compagno e poi vuole la morte. E se non può ottenerla, chiede almeno una compagna.
Come il Sole si alterna alla Luna, la creatura maledice il suo creatore proprio nella misura in cui gli ha dato una vita, ma non uno scopo – o appunto – la bramata morte. Se in The Life of Chuck ci viene detto che tutto l’universo è ordinato dai numeri e dalla matematica, la creatura non riesce ad attribuire valore alle giornate, dove l’unica cosa che conosce è la sottrazione di quello che vorrebbe avere.
Dopo Pinocchio dunque continua questa particolare parabola sul valore della vita che si contrappone a quello della morte. La data di fine rende gli umani tali e forse la creatura vorrebbe essere – come Pinocchio voleva essere un bambino – un umano. Non basta vivere, non basta la conoscenza, non basta l’amore, serve uno scopo. In mancanza di essere si è dei mostri che volgono lo sguardo al sole per renderne grazie, mentre si continua il pellegrinaggio verso una morte o una consapevolezza di essa.
Frankenstein è dunque un film sul perdono, sull’abbandono dell’ambizione e la consapevolezza delle proprie azioni per capire il valore di un sogno, di un’operazione, di quella visione fanciullesca, come Victor che scambia l’angelo della morte con quello della vita.
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