Woody Allen Baum Romanzo Libro 90 anni 2025

Sull’inutilità del nuovo (e primo) romanzo di Woody Allen: una provocazione

Si è parlato più del fatto che a ottantanove anni suonati Woody Allen abbia dato alle stampe il suo primo romanzo che del libro in sé, uscito in Italia per La Nave di Teseo. Comprensibile. La notizia fa scalpore: cosa può spingere uno dei più influenti e prolifici registi del secondo Novecento a pubblicare un romanzo a così tarda età? Il maggiore tempo libero dovuto a una carriera che procede sempre più al rallentatore (due film nell’arco degli ultimi sei anni, che per un uomo abituato ad averne uno nuovo ogni dodici mesi è un’enormità)? Il desiderio di definirsi anche romanziere prima di morire? Quali ne siano i motivi, Che succede a Baum? è il testo con cui tocca confrontarsi se si vuole abitare per un paio d’ore (tanto ci vuole a leggerlo) nella mente di Allen. E qui sorge subito un problema: sì, è il classico libro che ci si aspetterebbe da lui e in cui l’autore biograficamente mette in discussione se stesso, tra nevrosi ben note, eterne ossessioni e anche folli scandali attorno alla sua persona (cortocircuito: il protagonista viene accusato di molestie).

Durante la lettura di Che succede a Baum? si sta in una zona di comfort. Veniamo riportati all’Allen degli anni Settanta, periodo nel quale si sforzava (con successo) di far ridere e riflettere il suo pubblico, riuscendo nel miracolo – anche grazie ai tecnici di talento di cui si è circondato – di realizzare pellicole indimenticabili in cui l’equilibrio tra le sue innate capacità autoriali e attoriali e quelle registiche, conquistate step by step un film dopo l’altro, si fondevano in un crescendo di sicurezza nei mezzi che l’ha portato a fare grande cinema praticamente a occhi chiusi, con una naturalezza e dei ritmi produttivi invidiabili. Più Allen è diventato bravo, più si è dato per scontato che lo fosse, al punto che ci ha creduto così tanto lui stesso da non provare più a superarsi, preferendo “vivere di rendita”, cosa che – a detta di molti spettatori e critici – ha determinato un declino traducibile in noia, ripetitività, calcificazione del talento. Se del suo lavoro si ha una tale opinione, Che succede a Baum? non può che confermarla. Il romanzo non è un inaspettato capolavoro, ma al massimo un caso editoriale. Non differisce, tra l’altro, dalla qualità media dei racconti scritti da Allen nel corso dei decenni. Di fatto, il libro è la versione allungata di quello che avrebbe potuto essere un racconto. Novella è il termine che lo può sintetizzare.

Una precisazione: può sembrare che chi sta scrivendo questo articolo non sia un fan del cineasta newyorkese. Errato, perché gli ha dedicato anche un saggio, scritto con Emanuele Rauco, dal titolo Lonesome Blues – Ombre e lampi di ragione nel cinema di Woody Allen, in uscita per Bakemono Lab il 30 novembre, giorno in cui, toccando legno e ferro, il regista compirà novant’anni. Fine spot commerciale. Il punto è un altro: conoscere Allen, amarne la filmografia, significa anche fare i conti con la realtà. Cinquanta titoli girati non significano cinquanta capolavori, ma cinquanta storie differenti. Se si lascia da parte il discorso qualitativo e ci si concentra solo su quello numerico, quella che si ha di fronte è una sterminata produzione che pochissimi altri cineasti sono stati in grado di mettere in piedi. Senza dimenticare che Allen, i suoi film, li scrive anche, non li dirige solo. Ecco, quindi, che una vicenda come quella raccontata in Che succede a Baum? avrebbe potuto benissimo costituire la sceneggiatura di un film, magari con qualche digressione in meno. Allen ha lavorato al romanzo sia con un approccio non così lontano da quello di alcuni racconti (allungando il brodo, si può dire che abbia raggiunto la forma prefissata, senza troppe difficoltà), sia applicando quelle che erano le competenze che già aveva, legate alla scrittura per il cinema. Si può rimanere delusi? Soltanto se ci si aspettava qualcosa di più. Che ingenuità, in caso. Lo stesso Allen non si sarebbe mai illuso di tirare fuori dal cilindro un manoscritto alla Philip Roth o alla Fëdor Dostoevskij (e lo dice proprio in Che succede a Baum?, in uno degli innumerevoli momenti di autobiografismo).

Entrare in questo romanzo vuol dire varcare una stanza di specchi. Che sia fatto apposta o che sia frutto di suggestioni impossibili da recidere nella memoria, Allen torna a riproporre situazioni ben note al suo pubblico, come il tema del plagio letterario (Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, 2010), le caustiche riflessioni sul Capodanno (Basta che funzioni, 2009), l’attrazione sessuale per una dottoressa (Rifkin’s Festival, 2020), ma anche la passione per il jazz, l’idea dell’universo come manicomio cosmico e del Nazismo come punto più basso raggiunto nella storia dell’umanità, la stima per i due Renoir (il pittore, il regista), l’analisi dell’inconciliabilità tra la vita in campagna e quella in città, la diffusione delle armi da fuoco negli USA, l’attesa che un meteorite o un buco nero spazzino via il pianeta, o le ansie socio-politiche, che nel libro sfiorano l’attualità: Gaza, l’Ucraina, Putin, il Covid. Oltre ovviamente alla scrittura di un personaggio che per disturbi della psiche e squilibri assomiglia come una goccia d’acqua all’immagine-personaggio che dall’alba della sua carriera Allen ha voluto dare di sé. Ipocondriaco, deluso, invidioso, pieno di risentimento e di preconcetti, conscio di avere più fama all’estero che in madrepatria (potere della traduzione?), Baum è il solo in grado di capire se stesso e in questo solipsismo la storia trova la sua dimensione. Allen contrae il romanzo in una morsa soffocante: l’assenza di capitoli si configura come una scelta utile a rendere la narrazione un prolungato attacco di panico o di claustrofobia. Non se ne esce, se non alla fine, nelle ultimissime pagine, e non perché le pagine finiscono, ma perché Baum smette di essere Baum dopo essersi curato, anche se neppure lui sa perché né per quanto. Il protagonista, che non può evadere da un’epoca in cui non si riconosce, riesce tuttavia a evadere dalla prigione di individualismo che ha costruito attorno al suo ego.

Quello di Che succede a Baum? è il solito Allen. Una certezza, un punto fisso, nonché un punto di riferimento. E un giorno ci mancherà parecchio. Vive e combatte ancora con noi, fa sentire la sua voce in mezzo a un mondo cacofonico e cafone. Se tutto andrà bene, il prossimo anno sarà sul set di un nuovo film. A Madrid. Seppur lentamente, la macchina continua a procedere. Instancabile. Ma rimaniamo ancora un secondo sul romanzo, perché c’è un aspetto che è opportuno rilevare. Allen, tra i tanti bersagli su cui si scaglia, si concentra anche e soprattutto su quello dell’editoria, e nello specifico sulla critica, non importa se letteraria o cinematografica. Spiegando che le opinioni del pubblico sono influenzate da ciò che viene scritto nelle recensioni, le quali possono rendere interessante anche ciò che vale molto poco (e, purtroppo, viceversa), l’autore sta componendo il suo j’accuse contro l’ambiente della cultura, complice di aver reso la gente una semplice massa di consumatori caratterizzati da un’incapacità strutturale di elaborare un pensiero autonomo. Per non parlare della stampa, che ormai vuole solo sguazzare nel fango degli scandali e non ha più interesse a promuovere un’informazione vera, libera. Essa dà al pubblico quello che vuole: il sangue. E lo dice uno (Allen), che nonostante mille ingiusti attacchi e tentativi di diffamazione, non ha mai smesso di esprimersi, continuando a risultare brillante come un tempo. Il compito dell’artista è infatti intrattenere perché «un messaggio trasmesso in modo tedioso è la morte dell’arte», come si dice nel romanzo.