In attesa di un annuncio ufficiale, pare che After The Hunt sia nella shortlist dei Razzie Awards come Peggior Film, Peggiore Sceneggiatura e Peggior Regista. Sorridiamo e speriamo che anche Luca Guadagnino faccia lo stesso. In fondo, potrebbe essere la prova che il film ha colpito dove doveva colpire, ossia al cuore dei problemi innescati dal #MeToo e alla pancia molle di un pubblico che ormai s’indigna con troppa facilità.
After The Hunt, uno dei più lucidi saggi sull’ipocrisia occidentale che si siano visti al cinema nel 2025, è un atto provocatorio che intende colpire trasversalmente il mondo accademico e l’industria culturale. Se il nocciolo della vicenda riguarda un caso di violenza / molestia sessuale – sulla cui veridicità non si arriva mai a una certezza perché lo scopo è proprio quello di porre il pubblico nella stessa condizione di dubbio in cui si trovano tutti i personaggi, eccezion fatta per i due soggetti coinvolti, ognuno dei quali conserva una diversa versione dei fatti – e come esso viene gestito dalla cerchia di docenti e studenti della Yale University, l’impianto del racconto rivela una costruzione della macchina narrativa altrettanto interessata alle diramazioni e contingenze che si sviluppano più a partire dall’ambiente di studio e lavoro dei protagonisti che dal fatto di cronaca in sé.
Il racconto non risparmia nessuno: giovani o meno giovani, incardinati dentro al sistema universitario o figure ai margini, privilegiati od ostracizzati, benestanti o poveri. Nelle prime scene, l’appartamento dello psicoterapeuta Frederik Mendelssohn e della docente Alma Imhoff è immerso in tenebre che le poche luci soffuse non riescono a illuminare. Guadagnino e il direttore della fotografia Malik Hassan Sayeed (camera operator in Eyes Wide Shut, per dire) dipingono un lugubre salotto borghese dove l’élite si mostra per quello che è: un gruppo di annoiati e incattiviti individui che vivono in assenza di luce perché buie sono le loro anime. Un mondo “alto”, che però, in linea di massima, è moralmente più “basso” di quello della classe umile con cui non ha interazioni se non per darle ordini o per pagarla. In tutta onestà, nel corso del film il personaggio di Frederik si salva, quello di Alma un po’ meno.
Mentre, rimanendo sul piano della mera civiltà, non si salva la dottoranda Maggie Resnick, rampolla di una potente famiglia che ha finanziato parte del campus di Yale (un leggerissimo conflitto di interessi, personale e professionale), che vive senza ostentare la propria agiatezza, ma che sa di essere protetta dal suo status, e che convive con un lui che si sente una lei, che al contempo, quindi, si sente pure non binario e quindi vuole essere chiamato essi / loro. La vita privata di Maggie ci interessa poco, quel che ci colpisce, negativamente, sono la sua astuzia nel far partire una caccia alle streghe e le sue capacità manipolatorie e ricattatorie che impediscono di poter parteggiare indefessamente per lei e di credere a ogni sua affermazione.
Vittima di una persecuzione, per quanto forse giustificata (l’accusa è che abbia molestato / violentato Maggie), è Hank Gibson, giovane insegnante (collega e migliore “amico” di Alma) che incarna l’ideale dell’affascinante intellettuale debosciato, troppo sicuro della posizione raggiunta per porsi problemi sul suo comportamento. Sempre ebbro, d’alcol e di spirito, e sempre in modalità chain-smoking, Hank potrebbe funzionare bene come opinionista di talento, ma funziona poco come modello di rettitudine accademica. E infatti dal sistema universitario viene fatto fuori perché non conforme a quell’organismo, fatto di regole, norme, affidabilità, e non perché un tribunale l’ha giudicato colpevole del crimine di cui è imputato e di cui, nell’arco del film, altro non c’è che l’ombra del dubbio. Pertanto, non stupisce l’epilogo (raccontato e non mostrato) di Hank, che smette di istruire capricciosi studenti e inizia a vestire i panni dello spin doctor per il Partito Democratico (USA, eh): il personaggio slitta dal palco dell’insegnamento a quello della politica, in pratica passando da attore in scena a sceneggiatore-regista dietro le quinte, confermando una delle tesi centrali di After The Hunt: la recitazione è un fenomeno che riguarda tutto il genere umano, non solo la categoria degli attori. Chiunque recita una parte, sempre, in ogni istante della giornata, anche quando è onesto con se stesso o con il prossimo. Molti dialoghi del film, si pensi alla confessione di Maggie ad Alma o a quella di Alma a Frederik, due scene madri che definiscono la vera natura delle protagoniste femminili, rimandano all’idea per cui ogni discorso, soprattutto quelli più sentiti, necessitano di un’articolazione dei periodi impostata come quella di un copione che si recita. Impossibile, dunque, capire se qualcuno sta mentendo o dicendo la verità semplicemente ascoltando le sue parole. E questa considerazione vale per la vita, non solo per il film.
Nella compostiera di After The Hunt macera di tutto: dall’individualismo di Søren Kierkegaard ai Minima moralia di Theodor W. Adorno, da I Buddenbrook di Thomas Mann sulla scrivania a Solea di Miles Davis nelle cuffie, dai plagi di Giorgio Agamben alle verità monodimensionali («If It’s real to you, It’s real»), dalla pornografia della buonanotte alle pillole del buongiorno, e poi ancora i trigger warning e il desiderio di un’iconoclastia patriarcale, le reazioni passivo-aggressive e le ricche generazioni viziate, l’offesa come peccato mortale e le comfort zone famigliari come scialuppe di salvataggio emotive. Questa è una panoramica sufficiente, nel film c’è molto altro ancora.
La sceneggiatura dell’esordiente Nora Garrett procede affastellando il meglio e il peggio dei temi gli ultimi anni, tra cui le questioni sull’identità di genere, il razzismo, il processo di digitalizzazione, l’abbattimento delle barriere linguistiche (si veda l’utilizzo di Google Traduttore in una sequenza cruciale), la Internet-sfera nella sua sconfinata globalità, la fallocrazia, la misandria, con un occhio di riguardo per il pericolo che un eccesso di sensibilizzazione individuale / collettiva può creare in chi vuole affermare se stesso. Infatti, la conseguenza può essere uno stimolo a non farsi scrupoli ad attaccare qualcun altro.
After The Hunt spoglia i propri personaggi, mostrandoli per quello che sono nel loro privato, e li riveste con le maschere che essi usano ogni giorno nel momento in cui si rapportano con la società. Non sfugge nessuno al patibolo guadagniniano, perché neppure nella propria intimità i personaggi riescono a essere se stessi: anche lì sono costretti a mediare tra il loro istinto, le loro pulsioni e la necessità di non mostrarsi per come davvero sono, finendo con il sopprimere la loro natura per salvaguardare la “facciata” con cui vengono identificati dal di fuori. Ma la repressione, si sa, porta alla malattia. Con ciclicità, Alma Imhoff ci viene mostrata abbracciare il cesso per vomitarvi lo schifo che si porta dentro – e che, in parte, è diventata lei stessa – e che ha bisogno di espellere per tirare avanti e arrivare a fine giornata.
Sul piano della messinscena, come sempre Guadagnino dà il massimo con uno script su cui immaginiamo abbia anche messo le mani, senza firmarsi. Tutte le contraddizioni di cui i protagonisti sono colpevoli emergono attraverso le loro microespressioni facciali, i tic, le (im)posture, i gesti più semplici, come fumare una sigaretta o mangiare. Il modo in cui parlano, ma anche il modo con cui non dicono qualcosa, svela quello che realmente sono: creature che per salvare se stesse non si farebbero problemi a vedere sbranato o messo sulla croce un loro simile, magari proprio chi fino al giorno prima era un amico, un amante, un partner lavorativo. Altre forme di cannibalismo. Ma senza spargimento di sangue, se non quello simbolico.

