Lo straniero Ozon recensione analisi Camus bianco e nero

Lo straniero: aprirsi alla tenera indifferenza del mondo

A una ventina di giorni dall’uscita nelle sale, Lo straniero ha racimolato solo mezzo milione di euro e quasi ovunque sta venendo smantellato dal cartellone delle suddette. Un triste risultato per il nuovo film di François Ozon, ma poteva andargli anche peggio. Sul pubblico non ha fatto leva né il revival di Albert Camus né il bianco e nero (su cui torneremo), due elementi che solo a nominarli dovrebbero subito risvegliare gli interessi dei colti o dei sedicenti tali. Possiamo quindi affermare che l’avventura distributiva in Italia ha funzionato poco, peccato. Di sicuro, Lo straniero non è quel tipo di film che può godere della simpatia di molti, un po’ come il suo protagonista, per il quale si può provare rabbia e insopportazione più che empatia.

Lo straniero è dove ci si trova quando si cade nell’abisso: sul fondo, senza possibilità di risalita. «Tutte le vite si equivalgono»; «A furia di vedere il male dappertutto lo si attira»; «Ho perso l’abitudine di farmi domande»; «Niente ha importanza». Queste citazioni servono a dare un’idea del film a chi non l’ha visto. Settano il mood per chi legge. A differenza di Luchino Visconti, che con Marcello Mastroianni nel 1967 aveva dato vita a un protagonista dotato di un qualche brio (nei limiti del ruolo), il duo Ozon / Benjamin Voisin preferisce ritornare all’essenza del romanzo di Camus, ossia al distacco totale dell’impiegato d’ufficio Meursault nei confronti dell’esistenza, traducibile in un’apatia che annebbia i confini tra la voglia di continuare a vivere e il desiderio di annullamento nella morte. E il film, in questo senso, si avviluppa su se stesso, producendo in chi lo sta guardando una catatonia indotta dal ritmo narrativo e dall’atteggiamento del protagonista: a differenza che in altre sue opere, qui Ozon non prova a sedurre chi sta di fronte allo schermo, ma lo sfida a calarsi nella mente di Meursault sapendo quanto ciò possa essere respingente perché nessuno sano di mente potrebbe tollerare un’esistenza così votata all’inerzia e all’autodistruzione.

Quella di Meursault è apatia, sì, ma anche insensibilità. Gelo emotivo, se vogliamo. Da quando apprende della scomparsa della madre a quando accetta la condanna a morte per omicidio, il protagonista di Lo straniero cammina su un metaforico filo teso sul nulla della sua anima. Non ha nessuna reazione, mai, rispetto a ciò che succede a lui o ai personaggi attorno a sé. In tutto l’arco della narrazione c’è un solo istante in cui egli decide di imporsi sugli eventi che gli capitano ed è quando si trasforma da soggetto passivo a soggetto attivo, cioè da “spettatore” a carnefice. Il film ha il suo cortocircuito quando Meursault mostra un lato di sé che era rimasto sottotraccia, per non dire sottopelle: il desiderio di uccidere un uomo per sentirsi vivo. L’umore apatico nasconde questo aspetto di lui fino a quando non si fa chiara la volontà di ammazzare, che se per certi versi altro non è che l’inevitabile salto al di là della barricata di una morale già disintegrata, da una prospettiva ulteriore è lecito interpretare l’assassinio come momento necessario e propedeutico alla propria uccisione, che sarà la Giustizia a realizzare con decapitazione in pubblica piazza. L’iter degli eventi ha un senso se si comprende a fondo la psicologia del protagonista, essendo infatti un uomo incapace di compiere un gesto estremo come il suicidio, pur comportandosi come un morto vivente che cammina nel mondo senza scopo, privo di emozioni, distaccato dalla realtà.

Scavando nel personaggio, si può portare alla luce un elemento: Meursault affronta il cambiamento in maniera ambivalente. Non lo ricerca, non lo crea e al tempo stesso non lo respinge neanche. Lo accetta. Per lui tutto è la stessa cosa. Semplicemente, che qualcosa succeda o non succeda è indifferente in termini di progettualità: come ognuno, vive procedendo in avanti, ma senza un’effettiva proiezione di sé nel futuro. Interiormente, l’unico snodo che si verifica in Meursault è conseguente alla prigionia, dove, per via dell’essere costretto in un luogo chiuso, incancrenisce alcune considerazioni che ha sempre avuto, senza quindi partorirne di nuove. Sotto questo aspetto, il finale non fa altro che sottolineare un impianto drammaturgico in cui tanto il film quanto il suo protagonista piombano l’uno nell’altro come attratti da una forza gravitazionale: è una caduta senza rete di salvataggio nel cuore sempre più nero e disperato della vicenda scritta da Camus, che nella traduzione cinematografica di Ozon raggiunge la sua acme quando l’insensatezza della vita e la sua inutilità pesano esattamente allo stesso modo sulla bilancia della sorte.

Ma una nota di colore va trovata anche in un film così splendidamente monocromatico ed efficacemente monocorde. Anzi, no. Rimanendo ancorati alle mere immagini, Lo straniero è lo specchio del risultato che raggiunge sul piano dell’estetica, con un bianco e nero che incanta e allo stesso tempo allontana. Ci si muove nel film come con il torpore del risveglio, una fase durante la quale la percezione è falsata e tutto sembra vicino e distante allo stesso tempo. Una dimensione da sogno? Sì, ma solo per ciò che concerne la visione. Il racconto è un incubo esperito in catalessi o in paralisi del sonno.

Il bianco e nero di Lo straniero riporta ovviamente la mente a Frantz, ma anche e forse soprattutto al più recente Nouvelle Vague. Richard Linklater e Ozon sembrano non c’entrare nulla l’uno con l’altro (e di fatto è così), quindi dove sta il legame tra questi ultimi loro film? Nella ricerca di un monocromatismo non volto a imbalsamare le immagini come in un’emulsione di gelatina al bromuro d’argento, restituendo al pubblico fotografie in movimento idealizzanti un’epoca, bensì intento a museificare il tempo che viene ritratto, aderendo a un look che si rifà quasi in toto a quello della cinematografia dell’epoca (“cinegiornalesca” in Linklater, più laccata in Ozon, semplici conseguenze del fatto che il primo è stato girato in pellicola 35mm e il secondo in digitale).