Dream Scenario di Kristoffer Borgli ci aveva stupito positivamente. Con un nuovo progetto in cantiere, lo attendevamo quindi al varco, così da capire se fossimo di fronte a un talento autentico o se il film fosse solo un caso (coadiuvato, magari, dal tocco di Ari Aster in veste di produttore). Un’attesa inutile: sarebbe bastato recuperare il suo esordio al lungometraggio, Sick of Myself, per dissipare ogni dubbio e avere la piena consapevolezza di Borgli come autore con un bagaglio di ossessioni che riversa di film in film. Agli occhi di un certo pubblico il suo terzo film, The Drama, può anche passare per la dimostrazione di un imborghesimento del regista (cast di serie A con il duo Pattinson-Zendaya, budget superiore, milieu bostoniano alto, una messinscena più “pulita” e di maniera rispetto alle opere precedenti, una narrazione più lineare e bla bla bla), ma si tratta ovviamente di un errore di valutazione: è in linea con tutto ciò che il cineasta ha fatto prima.
The Drama, quindi. La trama vede la coppia composta da Emma (Zendaya) e Charlie (Robert Pattinson) alle prese con i preparativi per il matrimonio, ma un clima da funerale si diffonde su quello che invece dovrebbe essere il giorno più felice: durante una cena con amici, Emma confessa la cosa peggiore che ha fatto nella vita: pianificare una strage a scuola quando era quindicenne, in risposta agli episodi di bullismo che subiva nell’istituto. Un progetto mai portato a termine, altrimenti non sarebbe lì a parlarne, ma a lungo elaborato sia emotivamente che programmaticamente. A quel punto, Charlie non riesce più a guardare la sua amata con gli stessi occhi: sta per sposare una psicopatica? L’istinto omicida riaffiorerà tra le pareti domestiche? Rischierà in futuro di essere ucciso da lei? Oppure assisterà a uno sterminio già durante la cerimonia? L’immaginazione si riempie di cupissimi e lugubri scenari. E la relazione precipita in un abisso di incomunicabilità, stress e ansie. In quello che è un processo di completa rivalutazione della partner, Charlie culla anche fantasie contrastanti, come un avvicinamento all’idea che la morte violenta possa contenere in sé una componente affascinante nonché una vera e propria estetica che abbina la sensualità del corpo femminile alla freddezza micidiale delle armi da fuoco. Il deragliamento mentale dell’uomo è assicurato e corre in parallelo alla diminuzione della carica erotica verso la sua futura moglie. Senza più una precisa rotta sentimentale o anche solo sessuale, arriverà a un passo dall’avere un’estemporanea scopata con la segreteria. Floppa a pochi centimetri dalla penetrazione. Charlie sta sabotando la relazione e, assieme, sta sabotando se stesso. Ma The Drama ci comunica implicitamente qualcosa in più: benché scioccato dall’istinto omicidiario della fidanzata – istinto, ribadiamolo, sopito, per non dire spento del tutto, almeno per quello che abbiamo modo di capire – il turbamento non può giustificare la distanza che via via prende da lei. Una possibile spiegazione è che Charlie non se la sente di fare il grande passo, in generale, e che utilizzi quella scusa per smarcarsi dalla relazione, nonostante sia stato lui a farla iniziare e l’abbia proseguita con un’apparente serenità. Una scena emblematica: la scomodità che prova quando indossa le scarpe per la cerimonia non è solo data dal tipo di calzature, ma dal doverle indossare e dal dover camminare in una direzione che è senza ritorno o possibilità di fuga, almeno in linea teorica.
Al delinearsi dell’autodistruttività di Charlie, in parallelo si consolidano l’ambiguità e le stranezze di Emma, da giovanissima a più grande. Per esempio, l’ipotesi di uno school shooting non viene azzerata o censurata, ma trasformata: dal voler sterminare un gruppo di persone, la protagonista cambia il mindset e inizia a partecipare in prima linea a manifestazioni di protesta contro l’uso delle armi. Emma attua una strategia di conversione della tensione emotiva, dal Male al Bene, con un semplice click nel cervello, dall’oggi al domani, come se nulla fosse. È qualcosa che ci dice molto sulla sua personalità: non è definita. Il fatto di mutare repentinamente la prospettiva del proprio impatto sul mondo esemplifica i meccanismi di funzionamento di Emma, che ha una capacità di adattamento superiore a quella di Charlie, il quale si rivela tanto più rigido di lei quanto più fragile. A ruoli invertiti, se lui le avesse fatto la medesima confessione, a lei probabilmente non avrebbe fatto né caldo né freddo e lo stupore sarebbe durato il tempo di un battito di ciglia. In più, nel presente della relazione con l’uomo, c’è in lei un’inclinazione naturale al role playing, all’estraniarsi dalla loro situazione e da chi sono nella vita di tutti i giorni, per interpretare differenti versioni di se stessi al fine di riattizzare il fuoco della passione, spingendo il partner a fingersi altre persone come negli incipit dei film pornografici, inventando nuovi nomi, nuove professioni, nuove età, nuovi contesti, nuove origini. Quello che è un segmento skippabile per chi usufruisce della pornografia, per Emma è la chiave d’accesso necessaria per entrare in una dimensione (reale) dell’Eros priva di noia o routine, condizioni che invece affliggono le coppie che stanno insieme da molto tempo. È un tentativo – che, tra l’altro, su Charlie non attecchisce – di mascheramento della verità perché giudicata intollerabile. In definitiva, The Drama sembra affermare questo: ok l’unione, ma l’impegno dev’essere volto al non renderla sinonimo di restrizione, pesantezza, morte del desiderio. Non dev’essere una gabbia.
Il racconto della vita di coppia come fonte di soffocamento delle individualità e della convivenza come prigione è già presente in Sick of Myself. Qui, però, il discorso principale pende verso la dimensione della fama ricercata dai due protagonisti, Thomas (Eirik Sæther) e Signe (Kristine Kujath Thorp), attraverso un approccio ossessivo all’esposizione mediatica. Con una differenza tra uno e l’altra: l’uomo, pallone gonfiato, ha un ego smisurato col quale riversa nel design di mobili ogni sua presupposta goccia di talento. E attraverso le sue opere vuole farsi conoscere e idolatrare. In quello che fa, si può intravedere un’etica artistica se si riesce a superare gli strati che formano il culto personale. La donna invece, stufa di trovarsi in secondo piano rispetto al partner (sia dentro che fuori casa), non è motivata da egolatria, bensì dalla volontà di ritagliarsi con forza uno spazio all’interno della relazione. Vuole essere una voce di pari potenza rispetto a lui? La logica è competitiva, quindi no. Vuole sovrastarlo, scansarlo dal fascio di luce e lì mettersi lei. Riuscendoci. Il prezzo da pagare? La distruzione del proprio corpo attraverso uno psicofarmaceutico patto faustiano al contrario: dalla giovinezza al decadimento cellulare, senza conquista dell’eternità, ma dell’effimero. Quando nella coppia avviene lo shift in termini di successo, contestualmente si verifica un’inversione dei ruoli: nel film – e non solo in esso – la celebrità si traduce in potere e in forza, l’egocentrismo nel bisogno di essere amati da quante più persone possibili, molte delle quali invisibili e sconosciute (fan, follower, audience).
Poiché presente in entrambi i film, un altro aspetto che salta agli occhi è quello legato all’ipocrisia come strumento per fare breccia nel prossimo, entrare nella sua cerchia, introdursi nella sua mente. Lo scopo insito: fare una bella impressione. All’inizio di The Drama, Charlie finge di conoscere il libro che Emma sta leggendo per avere un argomento di conversazione con cui rompere il ghiaccio e non sembrare il classico tipo che ci prova con una ragazza. Una tecnica che produrrà una serie di successi: appuntamento, relazione, convivenza, matrimonio. Mentre in Sick of Myself osserviamo Signe costruire minuto dopo minuto una fake personality pur di piacere a chi ha di fronte, come quando accampa conoscenza musicali con i fan di una determinata band (che lei forse ha a malapena sentito nominare, figurarsi suonare). Piccole bugie, che però danno un’idea di chi ci sta dietro. Borgli utilizza questo espediente per narrare di esseri umani disposti a tutto, in primis a compromettere la loro identità, quindi la loro integrità, pur di socializzare e superare l’ansia da solitudine. È un comportamento rivelatore di quanto la doppiezza dei personaggi sia anche la loro essenza. Che l’ipocrisia emerga da subito (Charlie) o successivamente (Signe), non cambia poi molto: benché lontani sul piano caratteriale e divisi dall’appartenere a due film differenti, i due personaggi si confrontano con un mondo che a sua volta reagisce con ambiguità alle loro azioni, palesi o meno che siano. Si pensi a come Emma proponga a Charlie di interpretare dei ruoli lungo tutto The Drama – nell’esatto istante in cui lui le rivolge la parola per la prima volta, lei gli chiede di ricominciare da capo, e non lo fa solo perché sorda da un orecchio, ma perché recitare una parte è il modo con cui affronta la vita – o come in Sick of Myself Thomas si adatti a fare da caregiver di Signe mentre prima le parti erano invertite ed era lei a occuparsi di lui. Non deve stupire che entrambi i film abbiano un lieto fine: la scontentezza dei protagonisti è l’amaro calice dal quale decidono di bere il veleno che li tiene uniti.

