Armie Hammer recensione Uwe Boll Citizen Vigilante Frontier Crucible

Citizen Vigilante vs Frontier Crucible: il reietto Armie Hammer si purifica

Uwe Boll e il suo Citizen Vigilante faranno – in realtà stanno già facendo – la gioia dei tradizionalisti di ferro e, da noi, della fangosa marea vannacciana. Oggi, un film più reazionario di questo è difficile da immaginare. Partiamo da un punto fondamentale: cinematograficamente è la solita spazzatura di cui il regista ha sempre dato prova. È considerato uno dei peggiori a fare il suo mestiere e anche a questo giro ne abbiamo avuto una conferma. Tutto sbagliato, quindi, da una sceneggiatura che neanche l’AI scriverebbe così male agli errori di continuità, senza tralasciare l’inettitudine nel sapere creare anche solo un momento di pathos. Citizen Vigilante è fatto della stessa materia di cui sono colme le fogne e trascina con sé, purtroppo, problematiche ben peggiori di quelle legate agli aspetti tecnici del cinema: è un libello pieno di odio e rabbia la cui forma espressiva vale quanto i concetti espressi. Sarebbe rincuorante dire che non vale nulla perché, invece, ha un valore negativo che rispecchia un risentimento generale di una parte degli occidentali, smarriti di fronte ai cambiamenti sempre più repentini e ostili nei confronti del “nuovo” mondo che avanza.

Perché, sì, Citizen Vigilante è un film sostanzialmente fascista, quindi razzista. L’abbozzo di trama vede un quarantenne (bianco, etero, etc.) che si muove per una città dell’Est Europa col passo di un vendicatore silenzioso, pronto a intervenire con le maniere forti dove la Giustizia non fa il suo dovere. È uno specialista nei casi di violenza sessuale: sotto di lui, gli stupratori a piede libero hanno i giorni contati. Meglio ancora se appartenenti ad altre religioni o con diverso colore della pelle. Insomma, Citizen Vigilante è pura propaganda anti-etnica. Benché di una miopia che sfiora l’imbarazzo, la visione nostalgica del film ha due direttrici: una legata a un cinema d’Anni Settanta di matrice statunitense, quella degli arrabbiati ispettori Callaghan o dei Travis Bickle affamati di rivalsa sociale, che nella contemporaneità in cui siamo immersi risulta veicolo di macchiettismo, e un’altra dalle ramificazioni più profonde, legate a un rapporto di aperta animosità verso ciò che non si può controllare, nello specifico il flusso migratorio. Se per far tornare l’Europa a uno splendore che non ha mai avuto, la versione soft del messaggio di Citizen Vigilante è la remigrazione, il vero invito è quello a prendere il fucile e fare pulizia. Allucinante, ma è così. Persino scrivere di un film simile è faticoso, figurarsi vederlo per intero (dura poco, almeno, e ha dei momenti di una comicità involontaria) e cogliere ciò che vuole comunicare senza possibilità di fraintendimento: una sfiducia nell’organismo statale che si traduce in una presa di coscienza collettiva volta a un solo scopo, ossia procedere a uno sterminio delle minoranze per ristabilire l’ordine. Follia allo stato puro.

Un altro aspetto raccapricciante è la presenza di Armie Hammer nel ruolo principale. Citizen Vigilante è il suo comeback nei panni di un protagonista. E che comeback. Una scelta più folle e autodistruttiva non poteva essere fatta. Ma tanto: o così o così. Hammer – ricorderete le storie di devianze sessuali e virtuale cannibalismo – fa parte di quei reietti di Hollywood che sta provando a rimettere insieme i cocci della sua carriera. Trovare lavoro è difficilissimo, bisogna prendere quello che arriva, anche un progetto ignobile che puzza di intolleranza lontano un chilometro. Pur nella mediocrità del prodotto, la sua precedente prova, Frontier Crucible, è comunque più interessante. In questo western pseudo-revisionista (su cui pare abbia messo le mani anche S. Craig Zahler, anche se viene difficile crederlo vista la mediocrità dello script …) Hammer interpreta un bandito sanguinario che vive per infliggere il male al prossimo. La crudeltà è la sua moneta. Lo vediamo strappare le zampe a una tarantola con la stessa normalità con cui prova a violentare o a sfigurare con una sega una donna. Un cazzo di psicopatico, come in diverso modo è in Citizen Vigilante. Fra qualche tempo forse gli studiosi si divertiranno ad analizzare le modalità con cui l’attore ha fatto ritorno nel cinema giocando a polverizzare la sua immagine e credibilità, già distrutte dalla stampa e dal pubblico. Se Citizen Vigilante rischia di essere una pietra tombale in termini di rispettabilità, Frontier Crucible è (in linea con il titolo) un’auto-crocifissione per impalamento: Hammer entra in scena dicendo di avere squartato delle persone nell’arco della vita, una battuta che risuona con le vicende private che hanno determinato il suo allontanamento dall’industria hollywoodiana. In sostanza, l’attore riprende le redini della sua carriera nello stesso punto in cui essa si è interrotta, riuscendo a scherzare (?) sulle accuse di cannibalismo per le quali è molto difficile che verrà mai perdonato, cosa di cui probabilmente egli stesso è consapevole. Frontier Crucible, almeno per quanto riguarda lui, può essere quindi letto come metafora della situazione che sta attraversando: si pensi alla scena in cui il suo personaggio viene legato e costretto alla tortura di ricevere terra nel naso, nella bocca e negli occhi, perfetta allegoria della censura e del silenziamento a cui l’attore è stato sottoposto per anni. Certo che viene da sorridere se la resurrezione deve passare attraverso Citizen Vigilante, un film con cui giocarsi il briciolo di reputazione rimasta, altro che rivitalizzare il proprio percorso professionale.