L’aspetto più rilevante dell’Odissea di Christopher Nolan è la riflessione sull’assedio di Troia e sull’eccidio dei suoi abitanti come momento in cui emerge definitivamente l’homo bellicus. Con questo cambio di visione del mondo, sintetizzabile nell’abbandono di ogni prospettiva di progresso attraverso la pace per abbracciare invece l’idea della guerra come strumento atto a imporre il proprio dominio, si compie il destino dell’essere umano, che, senza possibilità di fare ritorno a una condizione precedente, si trasforma in sterminatore di popoli. Niente di nuovo sul fronte nolaniano: una riflessione in linea con quanto esposto in Oppenheimer, di cui l’Odissea a tratti è una sorta di calcolo à rebours, verso un’alba dei tempi cronologicamente lontana dal Novecento, ma ad esso vicina in termini di varietà delle dinamiche con cui gli individui uccidono i loro simili. Che la morte provenga dal basso (mare e terra, nell’Odissea) o dall’alto (cielo, in Oppenheimer) cambia poco: Nolan racconta che il genere umano ha sempre fatto del massacro il suo canto privilegiato, cullandosi sulle note di un prolungato cupio dissolvi, come se il viaggio al termine dell’umanità fosse tanto l’unico percorribile, quanto il solo agognato.
Il ragionamento di Nolan è tutto tranne che banale. Ed è tragicamente attuale. In un presente oscuro, senza speranze e in cui ogni direzione sembra smarrita, ogni valore ribaltato, è giusto guardarsi indietro per rintracciare una componente che ci ha caratterizzato attraverso i millenni: il germe della guerra. C’è un’assiomatica specularità tra i finali di Oppenheimer e dell’Odissea, a partire dalla musica roboante che li accompagna: la deflagrazione del pianeta Terra in fiamme da un lato, il muto sguardo del cavallo di legno appoggiato su Troia in rovina, stuprato avamposto di civiltà. Immagini che parlano del punto terminale raggiunto dai nostri predecessori, immediati o remoti che siano.
A parlarne così, l’Odissea sembrerebbe un bel film. Peccato che non lo sia. È solo un grande film, più nelle intenzioni che negli obiettivi, e più nell’esborso per la sua realizzazione – in merito al lato puramente tecnico rimandiamo alla lettura del contributo di un nolaniano di ferro, Giampiero Frasca, che sul suo (dis)Sequenze entra nei meriti dell’utilizzo dell’IMAX – che nei risultati raggiunti. Nonostante alcune rinomate personalità ed esperti/esperte in materia sostengano il contrario, per un film che poggia la propria narrazione sui testi omerici, sacri in quanto fonte primigenia dell’Epica, era lecito aspettarsi un rispetto nei loro confronti. Tralasciando le polemiche attorno al casting, che sono davvero l’ultimo dei problemi dell’Odissea, non porsi dei dubbi circa il rimaneggiamento di alcuni episodi chiave, come quello di Polifemo, è una scelta sbagliata. La sequenza del ciclope rivela la disonestà di Nolan, nonché una certa superficialità. Nel momento in cui il regista riduce l’interazione tra il mostro e l’uomo a una semplice lotta per la sopravvivenza e non a uno scontro tra intelligenze, ecco che insieme al film crolla anche il suo protagonista: la scaltrezza e l’ingegno di Ulisse nel film diventano crudeltà gratuita (la freccia scoccata a mo’ di sfregio e vendetta una volta fuori dalla grotta) e incapacità di prevedere le conseguenze delle proprie azioni (l’ira del gigante). Il tutto per offrire l’emozione di una rocambolesca fuga, sia mai che di fronte allo schermo qualcuno si stesse addormentando. In sintesi, qui assistiamo a una modificazione della psicologia del personaggio principale e l’inserimento di elementi da action movie per rendere la vicenda appetibile al grande pubblico, ossia quello che farà macinare incassi record (fine ultimo dell’industria cinematografica di cui Nolan è uno dei paladini, non dimentichiamolo), bisognoso di immagini che trasmettano adrenalina. Chiaro: un’Odissea filosofica, tutta dialoghi e inquadrature statiche, farebbe due palle macroscopiche, ma decidere di andare a smontare l’architettura omerica (di per sé perfetta) per perseguire uno scopo che va a tradire il materiale d’origine ha come effetto il delineamento di un protagonista le cui azioni non sono in linea con chi dovrebbe essere. Non è una cosa da nulla: è il perno di quello che avrebbe dovuta essere tutta l’operazione Odissea. Cadendo la credibilità del protagonista, cade tutto il film.
La sequenza di Polifemo è emblematica di un processo di riscrittura che di fatto non serve a nulla: la storia deve andare a parare dove sappiamo tutti, in un modo o nell’altro. Come abbiamo visto, tradire il materiale originale significa tradire i suoi personaggi (Ulisse su tutti, ma non solo lui) e quindi lo spirito dell’opera nel suo complesso. Fare finta di nulla, accogliere con gioia le invenzioni di sana pianta di cui il film è pieno e non curarsi degli elementi stonanti perché Nolan può fare tutto ciò che vuole – vero, tra l’altro, ma se lui se n’è fregato di rappresentare gli dèi, come minimo, in quanto onnipotente deus del cinema d’oggi, si merita di essere contestato – è un atteggiamento discutibile. Le emozioni valgono più della verisimiglianza storica, questo è il mantra dei difensori dell’Odissea. Una siffatta convinzione porta alla miopia e all’accettazione di qualsiasi cosa venga propinata (e infatti …). Possiamo riassumere questo atteggiamento in vari modi: atto di fede, farsi andare bene tutto, avere bisogno che a ogni costo e in maniera positiva il film risuoni nella mente. Non volere vedere quanto sgangherata e confusionaria sia la sceneggiatura fa il paio con il non trovare ridicoli dei costumi che persino i cosplayer delle fiere del fumetto avrebbero potuto fare meglio. Come si fa a trovare geniale la scelta di far vestire i soldati con armature pseudo-medievali talmente perfette da essere uscite fuori da una stampante 3D (e così anche il cavallo di Troia, sulle cui assi di legno i sodali di Ulisse devono aver passato una levigatrice Black & Decker) o di fare indossare a Menelao e Telemaco delle felpe con sopra dei giubbotti antiproiettili? Certo, si può andare oltre e concentrarsi sul resto, ma se il resto è solo un pretenzioso e testosteronico spettacolo senz’anima che utilizza Omero come pretesto per raccontare quanto la guerra sia la causa dei mali sulla Terra, cosa rimane? Una sorta di best of delle parti più salienti dell’Odissea (i Lestrigoni, Circe, le sirene, Scilla e Cariddi, …) messe in fila come tessere di un campionario.

