Ambientato negli anni Quaranta, più che con reali casi di cronaca, il videogame L. A. Noire dialoga con il cinema dell’epoca classica, il che significa che dialoga con la stessa Los Angeles nei cui confini si svolge l’azione, e nello specifico con la zona di Hollywood. Non solo, spostandosi lungo le strade, il giocatore passa davanti a sale con film in cartellone – i più frequenti dei quali sono Detour – Deviazione per l’inferno (Edgar G. Ulmer, 1945), Il grande sonno (Howard Hawks, 1946), Odio implacabile (Crossfire, Edward Dmytryk, 1947) – ma diversi nomi d’interesse tornano nel gioco, come Roy Earle, con chiaro riferimento al protagonista fuorilegge interpretato da Humphrey Bogart di Una pallottola per Roy (High Sierra, Raoul Walsh, 1941), che è un collega di Phelps (il protagonista che impersoniamo), oppure il criminale Frank Morgan del caso The Driver’s Seat, un omonimo del celebre attore. L’omaggio è smaccato in quei casi che portano lo stesso titolo di un film, tra cui The Naked City, Reefer Madness o The Fallen Idol, di cui parleremo a breve. Altrettanto palese è la somiglianza tra un’indagine come quella di A Marriage Made In Heaven e la trama di Il postino suona sempre due volte (romanzo di Cain del 1934, poi film nel 1946), basata su una truffa assicurativa con tanto di cadavere.
Se il cinema classico, per ovvi motivi di ambientazione, è quello maggiormente ricorrente nel videogioco, la casa produttrice Rockstar Games va oltre, inserendo riferimenti a pellicole uscite successivamente, si pensi ai flashback bellici con il Sergente Chisholm, identico al Sergente Hartman di Full Metal Jacket (Stanley Kubrick, 1987) o al diner mostrato in The Black Caesar, un calco di quello di Pulp Fiction (Quentin Tarantino, 1994). La volontaria fuga dal rischio di un’auto-museificazione del cinema classico viene condotta da L. A. Noire con le missioni secondarie incentrate sul recupero di bobine cinematografiche sparse per la città. Non si tratta solo di capolavori hollywoodiani antecedenti al 1947 (anno in cui la narrazione principale si svolge), ma anche di successivi, come Il grande caldo (Fritz Lang, 1953) o L’infernale Quinlan (Touch of Evil, Orson Welles, 1958). Questa scelta votata all’anacronismo rompe dal di dentro il congegno elaborato dal gioco, che se da un lato punta molto sul realismo, dall’altro non vuole nascondere la sua vera natura di artificio ludico.
Tornando a Los Angeles, la prima volta che si vede da lontano l’insegna HOLLYWOODLAND sulle colline è durante The Black Caesar, un’indagine non incentrata sul cinema, ma con un divertente riferimento a quel mondo: col tipico umorismo della Rockstar Games, Phelps trova nel portafoglio di un defunto il biglietto per una proiezione di Il mare d’erba (The Sea of Grass, Elia Kazan, 1947) mentre è impegnato in un caso riguardante traffici di marijuana. Tuttavia, è con The Fallen Idol che si evince più nitidamente lo spirito con cui L.A. Noire rende omaggio alla storia del cinema hollywoodiano e quindi anche a quella di Los Angeles, che in quanto gigantesca scenografia a cielo aperto può ospitare all’interno del suo perimetro qualsiasi tipo di storia. Il caso prevede che Phelps porti alla luce un’intricata storia di stupri, droghe e omicidi sullo sfondo dell’industria cinematografica di serie B, rivelando quindi il lato oscuro di Hollywood. Fin dalla sequenza animata iniziale si viene scaraventati in una vicenda più bizzarra delle altre: all’interno di un’automobile caduta – gettata, si scopre dopo poco – il giocatore trova un’inquietante testa mummificata, oggetto di scena di un film utilizzato per tenere premuto l’acceleratore in assenza di una persona alla guida. L’incidente è quindi frutto di una messinscena, un trucco adottato prendendo in prestito un elemento proveniente dal mondo che della messinscena ne ha fatto un business: il cinema.
In The Fallen Idol c’è un crescendo di elementi legati al cinema. In una prima fase si perquisisce l’abitazione di un piccolo produttore di film dove, tra locandine di film fittizi appesi alle pareti e prop di scena, il giocatore ha modo di osservare da vicino una fotografia scattata sul set babilonese di Intolerance (D. W. Griffith, 1916), che costituirà un “ponte” visivo-narrativo per il prosieguo del caso, quando Phelps finirà letteralmente sul set. O, meglio, su quel che ne resta. Rispondendo anche qui a una logica di anacronismo, L. A. Noire fa “rivivere” il luogo delle riprese del film di Griffith, in realtà raso al suolo nel 1919 dai vigili del fuoco per pericolo d’incendio.
Questo iconico set, maestoso per dimensioni, nel gioco diventa uno spazio percorribile in lungo e in largo dal momento che a Phelps è richiesto di inseguire un sospettato che, in un secondo momento, dovrà poi anche difendere da numerosi personaggi armati che lo vogliono uccidere. Se Rockstar Games forza la mano sulla veridicità storica per creare uno dei casi più memorabili dell’intero gioco, è vero anche che si tratta di una scelta utile ai fini della trama: le statue, le colonne, le torri e le mura di cartapesta di Intolerance, con il loro aspetto esotico rispetto alla rigorosa geometria della Los Angeles novecentesca, urbanisticamente in continuo rinnovamento, servono per dare una maggiore idea dello scivolamento di Phelps in un mondo altro, quello hollywoodiano, che costituisce una dimensione diversa rispetto a quella della realtà. Le rovine di Intolerance hanno una forte valenza simbolica per quanto riguarda la storia di Los Angeles, ma al contempo sono poste come un monumento al volto nascosto di Hollywood, quello degli scandali e degli eccessi. E della corruzione, che lo stesso Phelps toccherà con mano soprattutto nell’ultima parte del gioco. Ma un possibile, ulteriore riferimento può essere anche quello a Hollywood Babilonia, libro culto di Kenneth Anger, che scrive una storia del cinema nordamericano tra leggende e barlumi di verità sullo sfondo di una Hollywood peccaminosa e moralmente corrotta.
