Resident Evil
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Resident Evil fa la cosa migliore: prendere in giro i videogiochi

Non chiami uno del calibro di Zach Cregger se vuoi fare un progetto a buon mercato o per prenderti il plauso di un certo zoccolo duro di spettatori, in particolar modo quelli che vivono il Cinema una tantum, sotto prescrizione medica, perché troppo impegnati a videogiocare. Parole forti, ma che racchiudono il senso stretto, il core business di un film come Resident Evil, che a volerla vedere proprio in un campo largo, pare un’operazione non diversa da quel Matrix Resurrection, che si ciba della medesima narrazione: un gruppo di fan che vuole un progetto X, l’industria che si muove vedendo l’interesse, l’introduzione di chi ha creato l’opera originale (Lana Whachowski) e a film ultimato, tutti infuriati. Quello che doveva essere un nuovo capitolo straordinario della saga di Matrix si rivela essere un atto di sovversione totale, il genio dell’autore che riprende la sua opera principale per dimostrare che major e pubblico non possono avere il controllo di qualcosa che, almeno artisticamente, non gli appartiene.

Nella sua narrazione metacinematografica, Matrix Resurrection è un’opera straordinaria.

Ma torniamo a Resident Evil. Ma dopo sei film che abbiamo visto solo per Milla Jovovich, un reboot che era la versione cinematografica di Lucca Comics e un adattamento per mano di Netflix terribilmente mediocre, perché accanirsi sul corpo zombie di un progetto che mai ha funzionato al cinema?

E lì ci vediamo forse il colpo di genio di qualcuno che avrà pensato: se non possiamo fare nulla di buono, proviamo a fare qualcosa di diverso (ma senza Netflix, grazie). E quindi torniamo al punto iniziale. Se vuoi fare qualcosa di diverso e avere un autore che posso imprimere un’immagine forte, sei costretto a dargli carta bianca. D’altronde, che mai potrà capitare con un retaggio di immagini e prodotti così scadenti?

E qui, Cregger fa un po’ una magia che non ti aspetti: prende di petto il progetto e si pianta un puntino rosso sulla fronte, diventando un bersaglio umano, stravolgendo l’idea classica che si possa avere di un adattamento di un videogioco al Cinema. Come lo era quel Resident Evil del 2002 di Paul W.S. Anderson (l’Anderson meno bravo, ma moglie della Jovovich) che avviluppava ambientazione nota attorno un personaggio inedito, Cregger fa lo stesso, inserendoci però un contesto di umorismo che si plasma attorno scelte ben precise.

Cosa fareste voi se vi trovaste in un’epidemia zombie? E perché nei videogiochi alcuni lucchetti si aprono solo con una chiave specifica? Non si potrebbe sparargli contro e farlo saltare? Ecco il colpo di coda di Cregger. Resident Evil prende proprio quelle forzature tanto amate e odiate nei videogiochi (che come medium, usa e sfrutta leggi personali che funzionano esclusivamente con il pad alla mano) e ci costruisce una narrazione ilare.

Senza scordarsi della violenza, del concetto di mostro e della carne che muta, con tentacoli di scuola Lovecraft, i riferimenti maggiori che Cregger getta sul tavolo sono La Cosa di John Carpenter ed Evil Dead 2 di Sam Raimi, nel modo in cui l”horror della carne si mescola alla dimensione comica del disastro che è accaduto a Raccoon City. E tutto funziona perfettamente perché proprio come il protagonista afferma “nei videogiochi sembra tutto più semplice” ma quella è la vita reale, e la vita reale in tal senso è il Cinema. Lì le regole sono diverse e non si può piangere e battere i piedi perché non si è riusciti a vedere, per l’ennesima volta, un film con i cosplay di personaggi che giochiamo con i videogiochi.

Il problema di questi film, esattamente come la sfumatura dei cinecomics, dove divoratori di albi si profetizzano esperti di Cinema perché hanno visto sette volte in sala l’ultimo Avengers, adesso Cregger anticipa i tempi e se la prende con i videogiocatori che vengono qui a dettare legge, mancando di contesto, sfumature, immagini create assieme ad un ritmo narrativo.

Dove gli altri piangono, Resident Evil diventa una delle sorprese più divertenti dell’anno.

Gabriele Barducci