Paterno, l’abuso oltre il concetto di fiducia

Pochissimi anni fa Il caso Spotlight ha puntato il riflettore sugli episodi di pedofilia compiuti da alcuni membri della Chiesa Cattolica. Storie spaventose che l’istituzione religiosa ha provato a far dimenticare senza riuscirci, vicende che hanno distrutto vite intere e rovinato futuri che avrebbero potuto essere diversi. L’opinione pubblica si è divisa tra fedeli ciechi e furiosi, atei sempre più disgustati, agnostici preoccupati. Il vaso degli orrori è stato ancora una volta scoperchiato eppure nulla sembra essere cambiato. Ogni tanto il Papa condanna il marcio che si è annidato al Vaticano e nelle sedi della cristianità, ma si continua a non fare abbastanza perché tutto ciò possa essere superato per davvero. Quanti innocenti dovranno ancora soffrire? Quante famiglie dovranno essere dilaniate da orchi impuniti?

Non si può parlare di Paterno senza fare un ponte con Il caso Spotlight. Non si può parlare delle molestie sessuali avvenute alla Penn State University senza ricordare quelle verificatesi attorno all’Arcidiocesi di Boston. Giornalismo e Giustizia. Storie vere. Due medaglie diverse con una stessa faccia, quella del crimine. Prodotto dalla HBO, il tv movie di Barry Levinson (The Humbling, sempre con Al Pacino) avrebbe dovuto dirigerlo Brian De Palma nel 2014, ma per motivi di budget venne posticipato a data da destinarsi. Progetto in stand-by, il regista di Carrie si prese una piccola pausa per poi mettersi a lavorare a Domino e così il film passò di mano in mano fino al 2017.

Joe Paterno, soprannominato affettuosamente JoePa, è un ottantaquattrenne allenatore di football amato da generazioni di tifosi e giocatori. In un certo senso, è il papà di tutti. Ha vinto tanto, ha fatto del bene, è stato educatore e filantropo. Gli hanno eretto persino una statua da vivo che campeggia fuori dallo stadio. Poi un giorno finisce tutto e quel nome che ha tanto faticato a rendere famoso viene spazzato via insieme a lui.

Al Pacino Paterno recensione

Paterno. Il cognome del protagonista, ma anche un atteggiamento. Joe rappresenta un padre per molti. Ricopre un ruolo così importante nelle vite degli studenti e della comunità da venire difeso a spada tratta fino a quando non diventa chiaro che è anche lui colpevole. Non ha violentato nessun ragazzino, ma ha taciuto di fronte a quello che veniva fatto quotidianamente. JoePa sapeva e non ha fatto nulla. JoePa non ha voluto vedere o non è stato in grado di farlo. JoePa avrebbe dovuto difendere i suoi figli.

Nell’America della caccia alle streghe e del duro lavoro, il coach è un vecchio che sa di non avere molto tempo di fronte a sé. La gente attorno parla come se fosse già morto e lui vuole solo guardare partite registrate e prendere appunti. Vuole continuare a lavorare fino a quando non sarà in pensione, cioè quando non riuscirà più a posticipare quel momento. In nessun altro paese come gli Stati Uniti è la professione a rendere un individuo quello che è, non ciò che succede intorno. La società insegna a essere focalizzati su quello che bisogna fare, sul costruire qualcosa, sul realizzare sogni. Quando scoppia lo scandalo, JoePa si guarda attorno spaesato perché è sempre stato concentrato su altro. I personaggi s’interrogano su come sia possibile non aver saputo nulla e non essere stati in grado di vedere quel che accadeva a un palmo da loro. La società insegna a chiudere gli occhi per proteggersi piuttosto che intervenire per proteggere gli altri.

Al Pacino e Barry Levinson, due ultrasettantenni ancora in gioco. Con Paterno, l’attore torna finalmente a cucirsi addosso un personaggio di cui riesce a rivestire la pelle con grande convinzione, mentre il regista sta scrivendo una delle pagine più interessanti della sua carriera con due biopic televisivi uno in fila all’altro ed entrambi degni di nota (l’altro è Wizard of Lies, con Robert De Niro).

Barry Levinson Al Pacino

Barry Levinson e Al Pacino durante le riprese di “Paterno”

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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