Solo: a Star Wars story, il cowboy spaziale di Ron Howard

solo star wars story Su queste pagine virtuali siamo sempre stati schietti: la nuova direzione Disney per Star Wars non ci piace. Rogue One invece è risultato un piacevole e incredibile progetto che ha mostrato quanto di quella trilogia classica di Star Wars (’77-’83) ci sia ancora da dire e ci riesca con tutte le lodi del caso.
Quindi era palese aspettarci un gran bel film dallo stand alone sul giovane Han Solo, eppure non tutto è andato come previsto e gli indizi ci sono stati dati tutti già durante la produzione del film, con il licenziamento di Miller e Lord e l’assunzione in cabina di regia di Ron Howard, scelta davvero poco coerente con il genere di appartenenza, ma chiaramente abbiamo aspettato di vederlo prima di sbilanciarci.
Ora che lo abbiamo visto però confermiamo ogni nostro dubbio: Solo risulta essere un buon film di azione di avventura ma lontano da quella mitologia spaziale che siamo abituati a conoscere.

Ron Howard sembra abbia volutamente estrapolare il personaggio dal contesto fantascientifico per inserirlo in un racconto di frontiera, motivo per cui Han Solo dell’impronunciabile Alden Ehrenreich si avvicina più a identificarsi con un cowboy dalla fondina aperta, mani serrate alla cintura e lo sguardo di sfida. Questo elemento di genere viene infarcito anche da una bellissima scena di rapina al treno coerente, entusiasmante e dalla grande energia di intrattenimento.

Bisogna comunque ammettere una cosa, nonostante le diverse difficoltà del film e lo stesso genere fuori dai canoni di preferenza di Howard, il regista sembra metterci tutto se stesso nella missione di realizzare al meglio delle possibilità un film dal grande cuore blockbuster e ci riesce senza problemi, anche osando nella realizzazione della famosa impresa del Millennium Falcon, ovvero mostrarci finalmente come e quando il giovane Han Solo è riuscito a fare la Rotta di Kessel in meno di 12 parsec, sicuramente un must per tuti gli appassionati della saga e una riuscita estetica comunque da applausi.

solo star wars story

A mancare comunque è qualcosa, come un grande puzzle da 1000 pezzi e averne incastrati 999. Quel piccolissimo spazio di vuoto è una sensazione perenne per tutti i 130 minuti del film e forse questa mancanza si ritrova proprio nella totale assenza di una mitologia spaziale: c’è l’Impero, in piccola parte e un accenno di ribelli, ma il resto è tutto amalgamato così male o superficialmente che difficilmente riusciamo a convincerci dell’entusiasmo mostrato.

Forse si muovono meglio tutti gli altri attori, inediti e non: il Lando Calrissian di Donal Glover ha quel fascino metrosexual che lo rende più unico che raro, come lo stesso Beckett di Woody Harrelson, mentore di Han Solo che da insegnare ha davvero poco, muovendosi meglio come personaggio attivo – anche lui contrabbandiere – e la Qi’ra di Emilia Clarke, vecchia fiamma di Solo, è un personaggio misterioso ma che rappresenta nel suo destino, quell’eccesso di fan service inserito senza una finalità narrativa e che per ragioni di spoiler non citeremo.

Insomma, Solo: a Star Wars story si muove su un terreno non proprio solido come ci era stato promesso, non è un bel film, ma neanche un disastro. Anche questa volta spetterà allo spettatore far pendere l’ago della bilancia a favore o sfavore basandosi su ciò che ha visto.

Noi, proprio di pochissimo, tendiamo per il sì.

Gabriele Barducci

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
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