Tomboy di Céline Sciamma e altre storie di corpi e sessualità

Tomboy di Céline Sciamma è uno dei film più celebri legato alla tematica del gender e del transgender nei bambini e negli adolescenti. Uscito sette anni fa, nel 2011, questo lungometraggio in qualche modo poneva le basi – un po’ timide – per un tema diventato attuale ed essenziale, soprattutto da un paio d’anni a questa parte, per un cinema che indaghi il mondo in cui è immerso e che ne sia portavoce. Se del resto non mancano i film che affrontano il cambio di sesso in età adulta, da Transamerica (Duncan Tucker, 2005) a Laurence Anyways (Xavier Dolan, 2012) ad ancora The Danish Girl (Tom Hooper, 2015)giusto per citarne un paio di celeberrimi in una lunghissima lista -, molto più raro è l’avvicinarsi di sceneggiatori e registi alla transessualità in quell’età in cui, in fondo, ancora si sta sviluppando una vera e propria sessualità. Il risultato sono alcune pellicole che, in un modo e in un alto, si accostano a questa realtà attraverso schemi differenti, senza tuttavia riuscire a dar vita ad un vero capolavoro. O anche solo a un prodotto che riesca ad uscire dalla nicchia di festival e appassionati.

Tomboy, in questo senso, è il lungometraggio sul tema che può avere più speranze d’essere stato visto da un pubblico più vasto – ma anche in Italia? -, opera di una regista che ha profondamente a cuore le problematiche del mondo LGBTQI (si pensi alla scoperta dell’omosessualità tanto in Naissance des Pieuvres, quanto in Quand on a 17 ans di André Téchiné di cui pure ha curato solo la sceneggiatura). Protagonista è Laure, una bambina che, trasferitasi con la famiglia in un nuovo quartiere, decide di presentarsi a tutti i ragazzi del circondario come un maschio, Michael. Ma il suo cambiare nome non è soltanto un gioco di ruolo. È, sarà chiaro ben presto, l’espressione di un desiderio e di una necessità più profondi e radicati nel suo essere. Laure è Michael. Ma come esserlo anche per gli altri? Con chi non la conosce, complice un corpo che ancora non è maturato, il gioco viene facile: si può stare senza maglietta sotto il sole estivo (e sputare ogni tanto, giusto per darsi un tono da “maschio”), si può imbottire leggermente il costume da bagno, si può nascondersi nel bosco al momento di fare pipì, si può fare a botte e lottare. Ben diverso, invece, è trovare il modo d’essere qualcosa che nessuno si aspetta – benché quel qualcosa sia la reale essenza della propria persona – con chi la conosce da sempre: la sua famiglia. Laure con i genitori e la sorellina può solo fingere, fingere di essere quella di un tempo, quella “normale”, almeno fino a quando non verrà scoperta.

tomboy celine sciamma

Tomboy (2011)

Immerso in una luminosa luce estiva (pur senza trovare uno stile davvero riconoscibile e forte), Tomboy non può quindi non essere un film di corpi: ripreso interamente dalla mezza figura in avanti, il corpo di Laure/Michael è fatto di piedi, mani, cosce, petto; è quello che si osserva allo specchio per capire se possa andar bene come travestimento; è quello che si solletica nei giochi o che si mostra agli amici. E l’identificazione di sé, oltre che attraverso il nome, passa attraverso di esso: dal taglio dei capelli – da tenere più corti possibile, ma senza insospettire mamma -, agli indumenti. Non ci sarà tradimento maggiore (di sé) per Laure che dover indossare un vestito e chiedere scusa ai bambini del vicinato.

Capelli e abiti che torneranno spesso, come topoi letterari, anche in altri lungometraggi sul tema, a partire dal precedente Ma vie en Rose (Alain Berliner, 1997). Qui il protagonista è Ludovic che, esprimendo se stesso attraverso sogni colorati e al limite del fiabesco, cerca di far capire ai genitori quanto sia per lui difficile riconoscersi in un corpo maschile. Ludovic vorrebbe essere Pam: per lui è estremamente semplice pensare che un giorno “sarà femmina e sposerà Gerom”, eppure altrettanto non è per la sua famiglia, che liquida come tentativi attoriali – al limite dell’imbarazzo – i  suoi esperimenti col trucco e con i vestiti da bambina. È uno scontro titanico tra la voglia di essere se stessi e di indossare una gonna a un compleanno, e l’incapacità di comprendere dei genitori, le cui violenze – non certo volontarie – passano anche attraverso il suddetto taglio dei capelli. Uno scontro che si risolverà, a differenza di quanto accade nel finale un po’ amaro di Tomboy, con un abbraccio e col riconoscimento dello status di “figlio” sopra qualsiasi altra categoria ed etichetta.

Uno scontro, quello con i genitori e con l’altro, che è costante nel percorso di comprensione di sé: il giovane calciatore di Just Charlie (Rebekah Fortune, 2017) – visto lo scorso anno al 32esimo Lovers Film Festival e mai distribuito – viene capito e aiutato nel suo sentirsi bambina dalla madre e dalla sorella, ma non dal padre, colui che maggiormente si era creato un modello di figlio ideale e che fatica a non veder più combaciare i contorni tra ciò che vuole e ciò che Charlie realmente è. Attraverso i soliti schemi – il bosco, il nascondersi e vestirsi da femmina -, il lungometraggio della Fortune affronta pertanto una diversa sfumatura del problema, quella delle aspettative altrui. Peccato per la mancanza di interesse nel portarlo nelle sale.

Maggior fortuna ha avuto invece They (Anahita Ghazvinizadeh, 2017), visto all’ultimo Torino Film Festival e che a breve, dal 15 maggio, sarà distribuito grazie a Lab80 Film. Un prodotto unico nel suo genere – pur avendo molti difetti -, basti solo pensare che, per una volta, la famiglia sarà tutta accanto a J., e che J., a differenza degli altri protagonisti di cui si è parlato fin qui, non saprà affatto riconoscersi in un genere: è maschio o è femmina? Dipende dai giorni. Prova a fare una media, appuntandoseli in uno schema. Per il momento è “loro” e ritarda il più possibile la decisione con l’aiuto di terapie ormonali che lo “congelano” nella pubertà. Ma crescere, si sa, vuol dire scegliere.

just charlie recensione

Just Charlie (2017)

Katia Dell'Eva

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“And all you touch and all you see
Is all your life will ever be”
- Pink Floyd
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