Ermanno Olmi – Un omaggio tra Etica ed Estetica

Quest’articolo vuole essere un omaggio al regista italiano Ermanno Olmi, scomparso lo scorso maggio. Il suo ultimo film Torneranno i prati del 2014 riesce a racchiudere in sé l’essenza della poetica della sua filmografia, riconosciuta e premiata nel corso della sua lunga carriera sia in Italia che all’estero. Olmi ha sempre avuto cura di coniugare, in perfetta armonia, entrambe le vocazioni del cinema: il lato documentaristico e quello finzionalizzante. Come diceva Jean Luc Godard: “Tra l’etica e l’estetica bisogna scegliere. Ciascuna di queste parole porta in sé una parte dell’altra. E chi opti decisamente per l’una trova necessariamente l’altra alla fine del cammino.”

Ermanno Olmi

Il suo ultimo lavoro è ispirato al racconto La paura del 1921 di Federico de Roberto, in cui troviamo le vicende realmente accadute durante la grande guerra, presso l’altopiano di Asiago. Il regista ricorda che fin da bambino si commuoveva nel sentire le storie narrategli dal padre (a cui il film è dedicato nel finale) che nel 1917 fu soldato al fronte nord-est. La memoria personale è in questo caso anche collettiva, della Storia: giovani soldati sepolti sotto la neve sopravvivono come possono, nell’attesa che l’inverno passi per lasciar ritornare il verde dei prati, nonostante l’orrore. Il titolo allude proprio al ritornare alla vita, al riemergere dall’immobilità cui la guerra di logoramento li aveva confinati. Ed è con lo stile pieno di pietas che contraddistingue Olmi che quelle vite sospese e sigillate tra le quattro pareti/assi di legno vengono colte in giornate interminabili. Difficile trovare una risposta alla fine della guerra, meglio concentrarsi in qualcosa di concreto, come la distribuzione del rancio o l’arrivo della posta.

Anche la macchina da presa è quasi sempre fissa, riprendendo i soldati di profilo o di tre quarti o soffermandosi su dei dettagli come un calzino lasciato sulla sedia o una fotografia sbiadita. Il ricordo di casa si confonde tra il fumo della stufa e la luce tremolante di lampade a petrolio che riempiono gli interni di color seppia. Sotto al gelo senza fine c’è chi si prende cura di un compagno malato, chi spala la neve per aprire un varco e avvicinarsi ad un nemico che mai vedremo. L’altro infatti sarà sempre evocato nei discorsi o sostituito dal rumore assordante degli attacchi, diventando l’obiettivo da raggiungere a tutti i costi, al di là del filo spinato. Nessuno vuole essere visto ed è attraverso una fessura che i soldati spiano verso l’esterno, aspettando una contro-risposta o evadendo con la mente. C’è chi riesce a concretizzare i propri desideri immaginando che l’albero secco davanti all’avamposto diventi tutto d’oro: una trasformazione estetica dell’immagine che ci sposta per un attimo dal fatto reale alla scrittura vicina alla fiaba (come quando vedremo il topolino mangiare le molliche di pane lasciate al bordo del letto).

L’albero è l’emblema capace di esprimere al meglio l’incontro tra la finzione e la realtà: il soldato vi proietta i suoi sogni dorati (fatti di un materialismo che ricorda quello presente ne La leggenda del santo bevitore) per poi essere ricondotto brutalmente alla realtà non appena quei rami diventano il bersaglio nemico e prendono fuoco. Una natura che non si ribella, ma si sacrifica. Olmi riprende le scelte di persone comuni (non di eroi) ritrovatesi a combattere una guerra e che cercano di darsi una risposta alle azioni intraprese o meno. In questo modo non viene mai persa di vista la questione etica, espressa nel comando di scrivere i nomi dei caduti uno per uno e non di riportare i numeri. In Torneranno i prati non si tratta di motivare una guerra, trovando questioni giuste o meno, perché non ci sono. È il perdono, il perno attorno cui ruota il senso del film (ma anche del regista) e sarà un soldato a domandarci: (prima di vedere delle immagini di repertorio che documentano la 1^ Guerra Mondiale): “se un uomo non sa perdonare che uomo è?”. La forte spiritualità di Olmi si fa sentire, non per insegnare una morale e ristringere l’ottica verso la religione cristiana ma per condurre lo spettatore verso un punto di vista di più ampio respiro, ricordandogli di rimanere umano.

Uno degli elementi ricorrenti nella filmografia di Ermanno Olmi è l’utilizzo della musica diegetica: come il canto del soldato napoletano al chiaro di luna in Torneranno i prati, la radio ne Il segreto di bosco vecchio o i suonatori di zampogna ne L’albero degli zoccoli. Una scelta capace non solo di aumentare l’intensità del momento, ma anche di creare spazialità, invitando l’ascoltatore verso un Altrove ed a far sospendere al personaggio in scena le sue azioni/preoccupazioni reali per immaginarsi qualcos’altro. Per quanto riguarda la struttura narrativa, la linearità mantenuta all’interno della filmografia del regista permette di associare gli avvenimenti scanditi in ordine cronologico ad un racconto orale (un ruolo importante è infatti riservato al dialetto parlato dagli attori).

Le tradizioni popolari si fanno sentire soprattutto nella sua pellicola più conosciuta: L’albero degli zoccoli del 1978 in cui le storie di ogni personaggio all’interno del microcosmo contadino si intrecciano con il ritmo ancestrale della terra. L’aspetto documentaristico e l’atemporalità (nonostante sia ambientato alla vigilia della rivoluzione industriale) ne fanno un film dominato dal tempo della natura, fatto di stagioni che si susseguono. Anche i valori che sembrano emergere da un cristianesimo degli albori, accompagnano il tempo sociale come battesimi, matrimoni (non mancherà neanche il lato pagano della santona) e altri piccoli eventi che spezzano una quotidianità fatta di frugalità e lavoro. La fotografia (dello stesso Olmi) aumenta l’effetto di realismo, denso di colori terrosi (come in un dipinto di Millet) in grado di concretizzare la fatica del lavoro nei campi ma anche di trascolorare nei sentimenti di giovani amanti e nei rapporti genitori/figli. Allo stesso modo di Torneranno i prati il nemico, l’estraneo che romperà l’equilibrio viene dall’esterno: sarà un padre a pagare a caro prezzo, colpevole di aver rubato il legno (da un albero di proprietà del padrone) per fabbricare un nuovo paio di zoccoli per il figlioletto, usurati dai km percorsi per andare a scuola. Lo spirito comunitario dei contadini fa fronte comune davanti al padrone solo, mettendo in risalto umanità ed ingiustizia in uno scontro aperto che ritornerà nei film successivi, senza limitarsi alla divergenza di classe dei personaggi.

Albero degli zoccoli

Come ad esempio ne Il segreto di bosco vecchio del 1993 in cui l’avidità e la disciplina del Colonnello (interpretato da Paolo Villaggio) sfidano l’aspetto di sacralità del bosco secolare aprendo un sentiero che consenta il trasporto del legname. In questo modo vengono meno limiti, confini e vincoli non solo reali ma anche magici: la foresta di rivela popolata da geni, animali parlanti ed elementi personificati (come il vento Matteo) che ribellandosi faranno sentire il loro disappunto. La scena notturna al chiaro di luna, in cui tutto il creato partecipa al canto, ci regala un momento suggestivo denso di lirismo e bellezza. Per il regista, il destinatario è il nipotino a cui il colonnello fa da tutore: solo i bambini sembrano capaci di credere al mistero.

Un’opera decisamente orientata verso il lato della scrittura e della finzione (tratta dal romanzo di Dino Buzzati) a cui Olmi dà forma, nel desiderio di continuare il progetto pensato con l’amico scrittore e soprattutto il suo ricordo. Gli incubi dei protagonisti sono anche i fantasmi della vita passata del protagonista de La leggenda del santo bevitore del 1988 (dal romanzo di Joseph Roth). Un ex-minatore (interpretato da Rutger Hauer) in rovina è costretto a dormire dove può (sotto i ponti di Parigi). Sarà il caso ad offrirgli una possibilità di riscatto: è un passante il suo incontro con la contingenza, uno sconosciuto gli darà 200 franchi per aiutarlo ma tale prestito costituirà un debito morale che il protagonista dovrà riscattare (secondo le indicazioni del benefattore) di domenica alla piccola santa Maria Therese, della chiesa del quartiere.

Olmi ha girato le scene dal vero: strade ed interni sono stati scelti dopo i sopralluoghi da lui stesso effettuati. Nonostante vi sia un momento in cui vengono ripresi degli operai in uscita dalla fabbrica, l’intero film costruisce un tempo e uno spazio sospeso, vicino alla favola. L’utilizzo di colori accesi “espressionisti” e luci artificiali (come sotto il ponte o nella sala da ballo) aiutano a creare questo tipo di immaginario ed a far entrare lo spettatore all’interno della finzione (ricordiamo che la fotografia è di Dante Spinotti che ha curato anche quella de Il segreto di bosco vecchio).Tutta la messa in scena è rigorosa: non solamente attenta ai particolari ma soprattutto alla dialettica interno/esterno: specchi di locali, vetrine e finestre aperte diventano ponti che permettono a queste due polarità di comunicare. In un connubio di materialità, denaro, dignità, spiritualità e grazia, il protagonista cercherà in tutti i modi di saldare il proprio debito, sebbene imprevisti, colpi di scena e “vecchi amici” compaiano sempre quando è sulla buona strada, facendogli confondere la generosità in una bottiglia di vino.

INCONTRO SANTO BEVITORE

“Voglia Dio concedere a tutti noi, a noi bevitori, una morte tanto lieve e bella”.  (Joseph Roth)

Una buona parte della filmografia del regista si basa sulla trasposizione dal romanzo al grande schermo: Olmi non ne svilisce la sceneggiatura originaria ma apporta qualcosa in più grazie alla propria visione delle cose e sensibilità che si riflette nelle scelte tecnico-stilistiche da lui adottate. Spesso vi è dietro un lavoro minuzioso di analisi filologica appurato dallo stesso Olmi: partendo dal dividere i dialoghi dalle descrizioni, per poi numerare le scene arricchendole di schizzi da lui stesso realizzati. Realtà e finzione sono presenti anche in Cantando dietro ai paraventi del 2003, in cui la piratessa Chang del’impero cinese di fine ‘700 dovrà vendicare la morte del marito e riscattare il proprio onore. La teatralità (che avevamo trovato nella recitazione impostata in Torneranno i prati) è qui una caratteristica della struttura dell’intero film: dai personaggi che agiscono su palcoscenico, all’utilizzo delle didascalie passando per il narratore in scena (il vecchio capitano interpretato da Bud Spencer). Grazie a questi accorgimenti formali lo spettatore rimane critico e capace di riflettere durante lo svolgersi dei due tempi narrativi (quello della realtà dove lo studente/protagonista si reca a teatro) e quello della finzione (la rappresentazione). Probabilmente uno dei film più particolari del regista in cui domina sia un lato poetico (in cui anche i guerrieri sembrano danzare) e sensuale (espresso dallo sfarzo della scenografia in rosso e oro) ma anche spettacolare (non mancano infatti assalti e cannonate). Ermanno Olmi è stato un regista che ha saputo raccontare con umiltà storie di persone comuni come di coloro che vivono ai margini della società, rivolgendo la propria sensibilità verso il fantastico o gli orrori della guerra, con lo sguardo sempre pieno di meraviglia per le piccole cose e di rispetto verso lo spettatore. Olmi sarà inoltre ricordato in una giornata a lui dedicata alla 36esima edizione del Torino Film Festival.

Mariangela Martelli

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"Living is easy with eyes closed, misunderstanding all you see"
- The Beatles
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