Venezia75: The Mountain, lobotomie e prese di coscienza

the mountain poster

Negli Stati Uniti degli anni ’50 il dottor Wallace Fiennes (un Jeff Goldblum a metà strada tra i suoi ruoli ne La mosca e il primo Jurassic Park) compie lobotomie in manicomi e presso normali abitazioni. Per questo sporco lavoro, che in fondo ama, si fa accompagnare da Andy (Tye Sheridan, già visto in Ready Player One), orfano di padre e con una madre perduta che è stata vittima/paziente proprio di Fiennes.

Di difficile decifrazione il The Mountain di Rick Alverson, regista e musicista (interessanti gli inserti di swing alla radio e da cortocircuito la coreografia su ghiaccio in stile Busby Berkeley), un film immerso in una dimensione spaventosa qual è quella narrata: le chiamano terapie, ma lobotomie ed elettroshock sono barbarie post-medievali più che esempi di progresso medico-scientifico. Alverson pare interessato maggiormente a una riflessione diversa. Da The Mountain fuoriesce l’idea di esseri umani che altro non sono che immagini informi incapaci d’imprimersi nella storia del mondo, niente più che figure di passaggio impossibilitate ad avere un peso reale in termini universali. A parlare sono soprattutto gli spazi vuoti, privati di decoro, senza abbellimenti ornamentali, volti a ospitare una società di folli e catatonici. E il tempo muore, ogni giorno non c’è verso di farlo scorrere.

Sregolato com’è, il dottore ha una vita non consueta, non categorizzabile come normale o comune per un uomo dell’epoca, che nonostante sia evidentemente folle e ubriaco marcio continua pressoché indisturbato la sua attività mostruosa, fallimento dopo fallimento, inventando teorie man mano che migliora in peggio le esistenze degli sciagurati che finiscono con l’essere “curati” da lui. Il percorso di Andy invece procura inevitabile empatia, il personaggio fa pena eppure, sotto sotto, uno non vorrebbe neanche interferire con le sue scelte che sono perlopiù sbagliate. Un ragazzo senza futuro, segnato dalla nascita. In America direbbero che è nato sotto una cattiva stella.

the mountain recensione

Come spesso accade, il connubio smarrimento + assenza di riferimenti porta sulla strada che sarebbe più sano non prendere: Andy riconosce nel dottore una figura paterna, quella che gli è sempre mancata, quella che -pur quando ancora era vivo il padre- non ha mai avuto e si fa condurre da questi in un inferno degli orrori. Non ci scivola dentro, ci entra a piccoli passi un poco alla volta e nel momento in cui potrebbe ancora allontanarsi di lì è ormai troppo tardi. Il problema del povero Andy è che una spina dorsale non ce l’ha (il volante dell’automobile bianca di Fiennes sembra fatto di vertebre, altro suggestiva immagine visto che è lui che guida non solo il veicolo, ma anche il suo compagnuccio di viaggio) e, presa coscienza di cosa voglia dire ridurre lobotomizzate le persone, non solo non si tira indietro, ma va fino in fondo a quella sperimentazione. Sacrificarsi vuol dire smettere di essere chi si è.

La società è crudele e la famiglia è una istituzione che facilmente può creare più repressione che libertà. Gli USA di Rick Alverson paiono non avere neanche una conformazione geografica, luoghi tutti uguali (di montagna, ovviamente), popolati da alberi i cui rami spogli sembrano capillari esplosi, dove la gente ha la stessa faccia affranta. A fatica si può imparare a sopportare quel che si guarda, il giovane Andy lo capisce e decide di annullarsi completamente, quasi un martirio da vivo. C’è chi dice che la vita sia più semplice e forse anche più bella senza avere consapevolezza di quel che sta attorno, a occhi chiusi come se si fosse ciechi. Anche i Beatles cantano qualcosa del genere.

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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