Venezia75: Le lacrime glitterate di Vox Lux

When you love something, you give it away

Il regista Brady Corbet è colui il quale ci ha regalato uno dei più interessanti esordi degli ultimi anni con The Childhood of a Leader, opera disarmante per la perfezione formale con cui è stata realizzata. Di rado si possono vedere lavori così notevoli, soprattutto se si è per la prima volta al timone di un progetto, sì, ambizioso, ma anche dalla complessa finitura. Uno di quei titoli destinati a rimanere nel tempo e a ricevere una venerazione concreta solo nei prossimi decenni. The Childhood of a Leader, uscito in ritardo nelle sale italiane, se lo sono perso molti. Tornerà sulle bocche di tutti presto.

Quanto presto? Quando Vox Lux, suo secondo lungometraggio, diventerà accessibile a tutti dopo essere stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia numero settantacinque. Opera forse meno incisiva e coesa rispetto a The Childhood of a Leader, il film sulla nascita di una pop-star e la sua ascesa sotto i riflettori della fama internazionale è già in partenza un prodotto più accessibile e digeribile per il pubblico.

Ambientato tra il 2000 e il 2017, Vox Lux racconta diciotto anni nella vita di Celeste (l’attrice Natalie Portman, solo nella seconda parte del film), giovane scampata a un massacro in una scuola e diventata molto velocemente una cantante famosissima. L’arroganza, la caparbietà, l’ostinazione, l’energia e la capacità di succhiare via linfa vitale dalle persone che la seguono quotidianamente, renderanno possibile un successo ottenuto con astuzia. Celeste non si è fatta da sola, deve tutto a un manager in gamba (Jude Law) e a una sorella (Stacy Martin) più brava di lei a cantare e che le scrive le canzoni, la quale sacrifica totalmente la sua vita a favore di quella di Celeste, arrivando persino a prendersi cura della figlia che la cantante mette al mondo da adolescente.

Vox Lux Recensione

Tra facce glitterate e nevrosi palpabili, Vox Lux rimane sospeso tra celebrazione di un talento e sminuimento di cosa sia una persona famosa dietro all’immagine che di sé viene venduta. Da New York a Los Angeles passando per Stoccolma, la strada di Celeste è lastricata per una notorietà assicurata dal momento che chi si occupa di lei conosce perfettamente i meccanismi della discografia. Celeste viene creata come in laboratorio, ma è una creazione a cui lei stessa contribuisce con una dose di coraggio e forza di volontà che sembrano infuse direttamente da quel proiettile conficcato tra le vertebre che miracolosamente non le ha segnato la vita in negativo. È proprio tutto il discorso sotterraneo alla narrazione principale, quello sul terrorismo, a inquietare maggiormente, eppure viene accantonato, trattato marginalmente. Una scelta più che un inciampo della sceneggiatura visto che è esattamente ciò che fa la società: ci si riprende dagli attentati con la stessa velocità con cui ci si alza al mattino perché è l’unica cosa che si può fare. Per sopravvivere, per guardare avanti.

A unire The Childhood of a Leader con questo Vox Lux è l’idea che, per alcuni privilegiati, l’ascesa sia scritta nel codice genetico. Che si tratti di un futuro dittatore o che sia una stella del pop è la stessa cosa, epoca dopo epoca la gente sceglie o non sceglie i propri portavoce e deve conviverci comunque, nella buona e nella cattiva sorte. Diviso in due atti (Genesi e Ri-genesi) + una conclusione, Vox Lux saprà fare parlare di sé quasi quanto la sua protagonista. Lo attendiamo alla prova del fuoco, ossia quando arriverà  nei cinema americani.

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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