Venezia75 – Charlie Says: Intervista alla regista Mary Harron e alla sceneggiatrice Guinevere Turner

Charlie Says è stata una delle sorprese della 75ma edizione del festival di Venezia. Un film realizzato con pochi soldi e una storia solidissima. L’indipendenza con cui il lungometraggio è stato realizzato gli fa onore a prescindere dall’essere comunque un buon prodotto per conoscere meglio le vicende legate a Charles Manson e alla sua setta. Per l’occasione, abbiamo incontrato e intervistato Mary Harron e Guinevere Turner, rispettivamente regista e sceneggiatrice, le quali hanno già in passato lavorato insieme per quel cult intramontabile di American Psycho.

Secondo voi perché alla gente interessa ancora così tanto una figura come quella di Charles Manson?

Mary Harron: Quentin Tarantino sta facendo il suo film su di lui, io l’ho appena fatto e credo che inseriranno Manson anche nella serie tv Mindhunter. È una questione di Zeitgeist, ora torna a esserci un interesse collettivo attorno a un medesimo tema. Gli Stati Uniti sono sempre stati legati a qualche forma di culto e molte vicende particolari sono rimaste irrisolte dagli anni ’60 a oggi ed è un’eredità culturale con cui alcuni sentono di dovere avere a che fare.

Guinevere Turner: Sì. C’è anche una storyline legata a Manson all’interno di American Horror Story e Aquarius e mi sembra che ci siano anche altri che vogliano fare un film su di lui. È la prospettiva data dal guardarsi cinquant’anni indietro che permette di raccontare i fatti in un modo nuovo.

Dal vostro film emerge il ritratto di un uomo che, ancor prima di essere un folle, è soprattutto un manipolatore …

Mary Harron: Charles Manson ha avuto un’infanzia terribile. Sua madre era una prostituta e lui ha dovuto cavarsela da solo fin da quando era dodicenne. Crescere non dev’essere stato semplice per lui e a un certo punto è finito dietro le sbarre. Le prigioni americane sono piene di persone che hanno avuto vite terribili. Alcune di loro diventano adulte e oneste, altre si perdono completamente. In mezzo a queste, di tanto in tanto, ci sono degli abili manipolatori che appena tornano alla libertà portano sulla cattiva strada giovani e fragili donne che hanno bisogno di qualcuno con una forte personalità. Manson è stato capace di fare tutto ciò solo perché in quel momento storico e in quel luogo, la California del 1968, era possibile mettere in piedi un culto del genere. Per dire, a Manhattan non ci sarebbe mai riuscito.

Charles Manson è morto circa un anno fa, nel novembre del 2017. Come vi siete sentite?

Guinevere Turner: Io mi sono sentita sollevata quando ho saputo la notizia. Riflettendoci nei giorni successivi, sono sorpresa di quanto poche emozioni abbia provato a saperlo morto. Ho iniziato a lavorare alla sceneggiatura nel febbraio del 2014 perciò ho trascorso molti anni a vedere suoi video e a leggere libri su di lui. Col tempo la sua personalità ha iniziato a darmi molto fastidio e quando è morto ho capito che via via mi sarei liberata.

Viene mostrata ovviamente una buona dose di violenza perché la setta di Manson si è macchiata di omicidi terribili, ma c’è molto meno sangue che in “American Psycho”. Perché questa scelta?

Mary Harron: Non ho voluto mostrare nel dettaglio la morte di Sharon Tate perché si sa cos’è successo e quanto abbia sofferto. Provo molta empatia per quel che deve avere sopportato quella ragazza prima di morire, per questo motivo non ho voluto soffermarmi troppo su quello che le è capitato. Per quanto riguarda gli altri omicidi, sono stata più interessata a mostrare l’ambiguità di una delle protagoniste perché non sa come comportarsi, è molto combattuta tra il fuggire e l’uccidere. Finisce col rimanere come paralizzata, bloccata, non sa cosa fare ed è qualcosa con cui sono riuscita a identificarmi perciò ho preferito mostrare la reazione di lei alla morte piuttosto che puntare tutto sull’efferatezza di quei delitti.

Ho notato una somiglianza tra le scene in prigione di “Charlie Says” con quelle di “Alias Grace”, la serie tv tratta dal romanzo di Margaret Atwood che hai diretto l’anno scorso.

Mary Harron: Oh sì, ma ti posso assicurare che è stata una pura coincidenza. Quando Guinevere ha iniziato a parlarmi della sceneggiatura sono subito rimasta colpita dalle scene con le tre protagoniste in prigione e questo è successo prima che io iniziassi a lavorare ad Alias Grace. M’interessa molto l’idea di un personaggio in trappola, confinato in uno spazio angusto. Per quella serie tv io e la produzione ci siamo recati in un ex carcere ora adibito a museo così abbiamo visto com’erano piccole le celle di quell’epoca e ne abbiamo ricreata una in studio. È lì che ho avvertito veramente il senso di claustrofobia che devono avere avuto le persone rinchiuse. Sembra di stare in una bara, un po’ come essere già morti.

(Intervista alla regista Mary Harron e alla sceneggiatrice Guinevere Turner condotta da Simone Tarditi presso la Sala Amici del Palazzo del Cinema in data 3 settembre 2018 durante la 75ma Mostra del Cinema di Venezia)

Charlie Says Manson Film

Simone Tarditi

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