Appunti sparsi per Livre d’Image di Jean-Luc Godard

Nel libro su Jean-Luc Godard da lui curato (Marsilio Editore, 2018), lo storico Silvio Alovisio scrive: “Il nome di Godard ormai si identifica quasi con il cinema tout court, ed è oggetto di affezioni tanto intense quanto lo sono le critiche. Ancora oggi, d’altronde, chi fa cinema ritiene spesso di doversi misurare con lui (…)”. Nella pagina successiva, l’autore amplia questo discorso e continua così: “Sulla deificazione del personaggio-Godard, però, pesa un paradosso: tutti sanno chi è il regista, ma pochi hanno visto i suoi film, e ancora meno sono coloro che possono dire di conoscere integralmente la sua opera multiforme, estesa lungo un arco di più di sessant’anni”.

Prima di poter anche solo pensare di scrivere del nuovo film di Godard bisogna sapere di dover far più premesse di quelle che saranno le conclusioni e di finire con l’avere più interrogativi che risposte. Più che di un film bisognerebbe parlare di un modo di fare cinema, di un “periodo”, il più recente, che il regista francese sta vivendo in questa fase della sua carriera. Il Godard dell’ultima decade non è lo stesso di cinquant’anni fa e neppure del ventennio scorso. La vicinanza con Addio al linguaggio è stilistica per tutto ciò che concerne l’interpolazione delle immagini a cui si aggiunge in Livre d’Image un lavoro sul sonoro fuori dall’ordinario (il sistema è quello del Dolby 7.1) che produce ovviamente un effetto diverso rispetto al 3-D del lungometraggio precedente, ma è parimenti volto a restituire allo spettatore un’esperienza non canonica, inoltre è anche una vicinanza tematica: il cinema, per il regista, sembra aver ormai qualcosa da dire solo nella forma caotica di filmati in successione, impastati assieme secondo un filo logico personalissimo. In un mondo dove miliardi d’individui sono quotidianamente sottoposti a un’overdose d’immagini che scorrono in flussi disintegrati e su molteplici schermi, qual è il ruolo del cinema oggi come oggi?

Livre d'image recensione Godard

Nella prima parte di Livre d’Image, Jean-Luc Godard scompone e riassembla una collezione d’immagini così che, per esempio, il microcefalo Schlitzie di Freaks ride nel vedere due omosessuali che praticano rimming. Parola d’ordine: decostruzione. Cent’anni di storia del cinema vengono presi dal regista francese e rimontati a suo piacimento, con un gusto che dietro l’autorialità nasconde un approccio amatoriale e mai dilettantistico: da F. W. Murnau a Michael Bay, passando per John Ford, Buster Keaton, Frank Borzage, Johnny Guitar, La bella e la bestia (quello di Cocteau!) Quarto Potere, Lo Squalo, Salò di Pasolini, Le petit soldat (l’autoreferenzialità si ferma praticamente qui ed è un pregio) e decine di altre pellicole celebri.  Parlare di de-composizione sarebbe troppo fuori luogo? Buffamente Godard porta avanti questo discorso anche con il titolo, Livre d’Image, che, per le proiezioni internazionali, di volta in volta viene presentato con un nome differente: The Image Book oppure Image and Word.

Decisamente più lontana è la seconda metà del suo film, una riflessione sul mondo arabo col tentativo impossibile di fare un po’ di luce su una cultura (e le sue deformazioni, come l’ISIS) che spaventa così tanto l’Occidente. È il terrorismo islamico la più grande paura di questo momento storico? Quanto cinema c’è nelle pixellose immagini di decapitazioni e raffiche di kalashnikov su inermi?

La domanda più interessante, alla luce di Livre d’Image, potrebbe essere un’altra, a monte del film e del cinema stesso. Qual è il rapporto di Godard con la tecnologia e cosa ne pensa dell’era digitale? Dal suo quartiere generale nella da sempre neutrale Svizzera come vive la rivoluzione in atto ormai da un decennio e, segretamente, cosa ne pensa davvero? La risposta potrebbe essere divertita.

(“Livre d’Image” è stato visionato al Milano Film Festival, a cui va un plauso per aver saputo accaparrarsi questo titolo in anteprima italiana)

Simone Tarditi

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