Soldado: niente regole, questa volta

Nell’America dell’Era Trump, quella del muro divisore di famiglie e futuri al confine col Messico, gli immigrati attraversano fiumi, deserti, per raggiungere quel paese che non li vuole, ma che può offrire loro un’alternativa. Si fugge dalla violenza barbara dei cartelli della droga per finire a lavorare in nero dentro qualche scantinato, con topi e soprusi ad accompagnare il sonno delle notti, ma è meglio che rimanere in patria.

Gli Stati Uniti hanno però una grana ben più pericolosa da dover fronteggiare: il terrorismo islamico. I sovversivi provengono dalla Somalia e da altre nazioni africane o medio-orientali, vengono trasportati all’interno di container imbarcati su navi perché dai luoghi da cui partono è impedito prendere aerei diretti negli USA. Chi si cela dietro tutto ciò? Secondo la CIA, proprio i narcotrafficanti messicani. Così, Matt Graver (Josh Brolin) e Alejandro Gillick (Benicio del Toro) iniziano una guerra contro questi baroni della cocaina, ma le conseguenze sono imprevedibili.

Sequel di Sicario, il Soldado targato Sollima è il contraltare sobriamente tamarro della ferocia di Denis Villeneuve. Un grande film che si spinge, tematicamente, ben oltre l’orizzonte mostrato nel primo capitolo. Ancora una volta scritto dal talentuoso Taylor Sheridan (suoi anche Hell or High Water e Wind River), Soldado è tappa intermedia all’interno di una narrazione inevitabilmente più ampia. I colpi di scena sono molti e le porte aperte ancora di più, perciò i produttori farebbero un grave errore a interrompere qui il racconto di Graver e Alejandro, duo micidiale nonché uno dei più interessanti usciti fuori dal genere crime / action recente.

È Alejandro, ancora una volta, l’assoluto protagonista. Alejandro come morte incarnata. Alejandro come angelo vendicatore. Alejandro come boia dalle molteplici vite. Alejandro che ragiona e si comporta come nessun altro. Quando Graver entra nella sua abitazione in Colombia (la scena della tag-line definitiva: niente regole, questa volta), Alejandro sfoggia tutta la sua irrequietezza standosene seduto sul bracciolo della poltrona e mangiando con il piatto appoggiato non su un tavolo bensì su una sedia. Oppure qualche minuto dopo, quando tutto il team statunitense se ne sta in hotel a preparare le armi (roba quasi da credo del fuciliere), lui piega con grande serenità d’animo i vestiti nella valigia.

Uomini violenti, sanguinari, che combattono il fuoco col fuoco. L’America di Sheridan è sempre meno pacificata: un chiaro governo fascista in mano a un clown (Trump, senza esentare chi l’ha preceduto, soprattutto tra i Repubblicani) che smonta le componenti della realtà per costruire la verità che vuole. L’esistenza intera del sub-mondo di Soldado (e oltre) è fondata su bugie e la sopravvivenza delle persone si basa sul perdurare di queste menzogne il più a lungo possibile. Esattamente come in Sicario, l’orrore del mondo degli uomini si riflette spaventoso negli occhi di una donna, non più Kate Macer (Emily Blunt, assente), ma la giovane Isabel Reyes, viziata principessa di uno dei più grandi criminali del Messico. E la crudeltà non conosce lingue, neppure quella dei segni.

Questo mondo, però, è sempre stato un unico, grande mattatoio, dalle origini fino a oggi, e la strage va avanti senza sosta e continuerà per sempre. Perché non si legge, perché non si studia, perché non si pensa, invece di invocare ciecamente la morte?

(Meyer Levin, Compulsion, Ed. Einaudi)

Simone Tarditi

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"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
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