Ocean’s Eleven, Twelve, Thirteen: Colpo Grosso

La differenza sostanziale tra il vecchio Ocean’s Eleven e il nuovo (ovvero il remake di Steven Soderbergh del 2008) la fa la caratura dei personaggi. Nel film di Lewis Milestone (quello de Gli ammutinati del Bounty) i malviventi sono tutti veterani della Seconda Guerra Mondiale. Gente che ha fatto il callo a sofferenze e tribolazioni. Invece, l’allegra banda del film di Soderbergh si vede che è figlia del benessere, tanto è spocchiosa e sicura di sé. Nel film di Milestone il colpo grosso è preparato con la precisione di un’operazione militare. Nei film di Soderbergh, si tratta di un gioco, niente più: e infatti i protagonisti riescono sempre a farla franca, truffando anche lo spettatore, che si aspetta di vederli fallire e invece ha sempre torto. Al punto che gli antagonisti, al secondo film, diventano alleati.

Questo aiuta molto a sospendere l’incredulità. D’altronde, Ocean’s Eleven era ben congegnato, e a modo suo era ancora credibile: un colpo grosso fatto ad arte. Certo, con elementi che mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità dello spettatore (come quando Linus riesce a rubare i codici a Terry Benedict), e che però fanno parte del fascino del ladro raffinato. Con la componente psicologica, non trascurabile, per cui il gruppo ruba sempre a ricchissimi: quindi a gente la cui perdita è, agli occhi della gente normale, risibile.

oceans eleven

Ocean’s Eleven è ancora, dopo diciassette anni, godibile come lo era appena uscito. Molto fa la grande alchimia tra il cast, che però non può reggere da sola tre film (specie se il pretesto per l’obiettivo finale s’imbastardisce sempre di più, e la sorpresa dello spettatore si affievolisce piano piano). Tantissimo fa il fascino di George Clooney, ancora intatto dopo anni. Insomma, Ocean’s Eleven non è datato. È ancora un film godibilissimo, che regge il confronto con la tecnologia sofisticata di oggi e sfoggia dialoghi da tenersi stretti quando il piatto piange. È un film che affascina, giustamente, chi si lascia affascinare.

Meno potente e piacevole Ocean’s Twelve, con l’introduzione di Vincet Cassel allievo di Gaspar LeMarc. La sofisticheria francese cozza contro la sfacciataggine americani. E infatti Cassel ci rimette sempre, anche in Ocean’s Thirteen, che è il capitolo più opaco di tutti anche perché ha un cattivo poco simpatico (Andy García aveva tutt’altra caratura) e certi azzardi registici risultano a tratti indigesti, come il triplo split screen per cui lo spettatore non sa dove guardare, essendo ciascuno screen egualmente importante.

Un capitolo a parte, infine, merita Ocean’s 8, lo spin-off del 2018, a cura di Gary Ross. Sandra Bullock, sorella del defunto Danny Ocean, punta al colpo più femminile di sempre: un collier, da strappare a una modella, in una serata di gala, con un gruppo esclusivamente femminile. Come le uova di Pasqua per sole femmine. Pure politically correct: presenti all’appello tutte le minoranze in cerca di rappresentanza al cinema. Certamente piacevole, anche per la corrispondenza ben marcata del duo Danny Ocean/Debbie Ocean, Rusty/Lou. Ma i veri colpi, e il cinema che fa intrattenimento vero, sono un’altra cosa.

Francesca Sordini

Francesca Sordini

"Io non ho bisogno di dirlo, perché lo si nota a leghe di distanza: sono brutto timido e anacronistico. Ma a forza di non volerlo essere sono riuscito a fingere tutto il contrario."
(Gabriel García Márquez, "Memoria delle mie puttane tristi")
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