Unbreakable – Il Predestinato, una storia di identità

Anche a distanza di anni, forse ancor più de Il Sesto Senso (qui poi si entra nel semplicistico gusto personale), ad oggi sembra proprio Unbreakable il tipo di film con cui trovare tutto il meglio del cinema di Shyamalan. Il regista indiano delizia lo spettatore parlando di supereroi creando non un film su di essi, ma un film che parla di supereroi, nella loro connotazione più grezza, di qualcosa in divenire o meglio ancora, un gioco dove ognuno deve scoprire la propria identità indagando nelle abilità dell’altro.

Questo succede a David Dunn, addetto alla sicurezza che rimane l’unico in vita dopo un disastroso incidente ferroviario. Tutti, centinaia di passeggeri muoiono, tranne uno, lui, indenne, neanche un graffio. Alla notizia, il debolissimo Elijah Price, curatore di un piccolo museo sui fumetti, lo contatta. Egli ha una rara forma di osteogenesi imperfetta, le sue ossa sono debolissime e al minimo urto, subisce gravissime fratture. Quindi è mai possibile che se nel mondo esiste una persona così debole, possa esistere anche il suo opposto, ovvero una persona indistruttibile, che non ha mai avuto una frattura o un graffio nella sua vita o come suggerisce il bigliettino che Elijah lascerà sulla macchina di David, “Quanti giorni della tua vita sei stato malato?”.

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Parlare di Unbreakable oggi, con la visione di Glass ancora negli occhi – ve ne parleremo a breve – e del radicale cambio di rotta nella regia e narrazione di Shyamalan è quasi anacronistico, questo perché lo stile narrativo è delicato, ricercato, attento al dettaglio. Pochi sono i dialoghi e sempre calibrati, silenziosi, accompagnati quasi sempre da melodie evocative, questo perché come per Il Sesto Senso, anche Unbreakable sembra voler essere un’intensa storia di fantasmi e di ombre.
Il bisogno di credere in qualcosa di sovrumano o la semplicistica ricerca del nostro ruolo nel mondo, tutto così chiaro e dannatamente confuso, come il nostro protagonista a inizio film, lo scopriamo separato in casa, vorrebbe avere una relazione ma non ne ha le forze, finché non cercherà sempre con tanta pazienza chirurgica la ripresa del suo rapporto con la moglie, ricominciando da zero, quasi come se l’incidente sia divenuto un improvviso punto di inizio per qualcosa di più grande.

Elijah vuole fortemente che David sia quel tipo di persona, d’altronde la sua teoria per quanto folle potrebbe essere concreta: i fumetti, come la Bibbia, potrebbero essere una testimonianza di qualcosa che è esistito, una sorta di evoluzione umana persa nel tempo ma tramandata tramite i disegni e la glorificazione di questi eroi, relegati come mero elemento di fantasia.

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Il rapporto si amplia anche nel confronto con il figlio di David, Joseph Dunn. Un padre, agli occhi di un bambino è un supereroe, ma se si paventasse l’occasione di avere davvero un papà super? Il rapporto tra i due è alla base della differenza tra un film di supereroi a un film che parla di supereroi: non c’è mai la manieristica necessità di sovraesporre l’abilità di David, la superforza, con ferocia pornografia visiva, ma tutto si risolve nella scena dei pesi, dove ai discorsi si alterna il piccolo Joseph che all’insaputa del padre, aumenta sempre di più i pesi sul bilanciere. David alza pesi sempre più grandi, pensando di essere più leggero di volta in volta, invece accade il contrario e un barlume di fede si accende negli occhi dei due.

Quello che poi si dimostra essere lo scontro tra i due personaggi principali, David ed Elijah, rimane sempre sullo sfondo, uno scontro sempre annunciato e che mai prende vita, perché ancora prima di un film di origini (quello paradossalmente lo sarà Glass), questo è un film di forte umanità che si avvolge del valore della scoperta, di un’identità taciuta che forse la nostra stessa mente ha eliminato dai nostri ricordi per naturale autodifesa.
In questo non mancheranno classici archetipi narrativi del genere, come il famoso Tallone d’Achille di ogni eroe, che per David si rivelerà essere l’acqua – elemento che ritorna più volte nel cinema di Shyamalan, basti pensare a Lady in the water, Signs o anche The Visit – il tutto comunque accompagnato dall’ormai famoso Shyamalan Twist, la svolta di trama che improvvisamente rinforza ancor di più le ossa del film, mette una croce sopra a tutto quello già visto e predispone tutti i pezzi sulla scacchiera.
Ci sono i buoni e ci sono i cattivi. Come i fumetti insegnano, molti antagonisti hanno un bisogno vitale di un eroe da sconfiggere, un avversario che sia della loro portata, perché da esso ne vale la stessa vita dell’antagonista, che lo forma, lo giustifica nel mondo e ne indirizza tutte le future azioni.

Unbreakable, ad oggi, è uno di quei film da tenere saldi al cuore e rivedere almeno una volta al mese, una perfezione di intenti e tecnica, decine di sottotesti che lo elevano come uno dei migliori film del regista indiano e che ne ha giustificato il diretto interesse per quel finale spiazzante di Split e quello che sarà ed è oggi Glass.

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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