Glass, un bellissimo, seppur imperfetto, film di origini

glass recensione

Per riprendere parole già spese altrove, autocitandoci senza vergogna, Glass è tutto il meglio e il peggio del cinema di Shyamalan messo assieme, definizione che rubiamo a noi stessi in un rarissimo caso di autoplagio.
Molte critiche da ogni dove non hanno centrato il punto centrale del film: Glass è e sarà sempre un b-movie. Magari un b-movie costato poco meno di 20 milioni, con una schiera di attori di prima categoria, ma ancor prima di una necessità commerciale, rimane un b-movie. Quanto è sbagliato quindi aspettarsi il cataclisma apocalittico nello scontro tra i tre protagonisti? Tanto.

Perché dunque Glass sta raccogliendo pareri negativi e positivi? Per lo stesso motivo per cui negli ultimi dieci anni il cinema di Shyamalan ha faticato a trovare nuovi adepti, favori o introiti al boxoffice, ovvero la difficoltà dello spettatore medio di entrare in sintonia con l’opera del regista.
In tutto questo quindi, Glass si palesa fin dai primi minuti carico di una mitologia che Shyamalan aveva lasciato per strada circa diciannove anni fa con Unbreakable, che non ha minimamente toccato in Split e che riprende di gran petto qui, parlandoci di fumetti, della necessità di credere, in qualcosa di grande, superiore, nelle abilità sopite in noi e trovare soluzione al grande quesito posto da Elijah a David Dunn al loro primo incontro: è possibile che i fumetti siano la testimonianza di qualcosa, o di qualcuno, veramente esistito.

Lasciate perdere la critica negativa o pigra, Glass infatti si attesta davanti i suoi spettatori con molteplici punti di lettura a partire dalla struttura narrativa. Se Unbreakable era dedicato a David Dunn e Split a Kevin Wendell Crumb, Glass senza troppi misteri, cerca di spolverare quelle convinzioni e ragioni attorno a Elijah Price e la sua necessità di trovare il suo posto nel mondo. In Unbreakable si delineava il semplicistico confine tra buoni e cattivi, qui invece si arriva oltre, con Elijah che si pone come narratore divino di una delle più grandi storie di origini, su un film che che non è un cinefumetto, ma un film che parla di supereroi.

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Dopo questo incredibile incipit e una raffinatissima psicanalisi attorno quello che è la ricerca spasmodica dell’incredibile, poco prima del terzo atto il film perde smalto, muta più volte per tradire le promesse impostate prima con Unbreakable e poi con la prima parte di Glass. Muta, cambia tono, aggiunge il classico Shyamalan twist davvero improbabile, impossibile da intuire (e questo bisogna dargliene atto e lode) e Glass cambia nuovamente davanti i nostri occhi, lasciandoci uno strano sapore tra i denti.

Eppure, è quasi impossibile uscirne insoddisfatti dalla visione, perché Shyamalan anche nel pieno della difficoltà, si dimostra un abile narratore, spostando il focus su più e diversi piani narrativi, di comprensione dei diversi indizi disseminati un po’ ovunque.
Basterebbe sforzarsi un poco per scoprirne la grandezza di un racconto divenuto forse fin troppo pop se si pensa ai tempi ragionati e preziosi di Unbreakable, ma la chiusura di questa trilogia è solo l’inizio di qualcosa di più grande e la sensazione è quella di aver vissuto una storia fortemente emotiva, quasi straziante, ma innegabilmente spettacolare.

Gabriele Barducci

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- Bruce Springsteen
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