TSFF30: Kler, il Male e il Bene nella Chiesa cattolica

Polonia, oggi. Tre sacerdoti facenti parte di differenti parrocchie sguazzano in un letame composto da gravidanze, corruzione, dipendenze da alcol, accuse di pedofilia, scontri per compiere scalate di potere, riaccensione di sentimenti nazionalisti, pericolo di scivolamento in un nuovo regime, depravazioni varie. Tutti commettono errori, tutti sono pecorelle smarrite.

All’interno di un film, Doubles Vies, che nulla c’entra con un titolo come Kler, il regista Olivier Assayas rievoca uno dei grandi capolavori di Ingmar Bergman, Luci d’inverno, per parlare della resistenza, incrollabile, che bisogna avere nei confronti di ciò che dà un senso alle proprie esistenze. Nel film francese sono i libri (e l’editoria, più in generale), mentre in quello svedese è la fede cristiana.

L’uomo di Fede protagonista di Luci d’inverno combatte una battaglia spirituale con se stesso, sul continuare a credere o meno, e via via che la vicenda si dipana tra suicidi e relazioni sentimentali (nota non a margine: il film di Bergman è stato fonte d’ispirazione totale per un recente capolavoro: First Reformed di Paul Schrader), ci rendiamo conto che il problema più evidente, ossia la mancanza di fedeli durante le cerimonie, non è tuttavia quello principale. È soprattutto il doloroso dialogo con un Dio sordo a mettere in crisi il Tomas Ericsson di Luci d’inverno, non solo il veder diradare il proprio pubblico, alba dopo alba.

Tra i tanti, uno degli elementi che più colpisce di Kler è come tutto ciò sia gestito in opposta maniera. Le messe brulicano di fedeli, sono gremite da credenti coinvolti. Nel finale, basta un folto gruppo di persone, raccolte in un luogo chiuso e sacro, a impressionare lo spettatore. Su altri, lontanissimi, orizzonti, idem dicasi per il tappeto di genuflessi verso la Mecca in uno stradone di Omicidio al Cairo. In un cinema sempre più artificioso dove le masse umane vengono copia-incollate in post-produzione all’interno dell’inquadratura, l’utilizzo di corpi vivi in grande numero può ancora fare la differenza. Soprattutto se il discorso principale portato avanti, come nel caso di Kler, riguarda il conflitto tra anima e carne.

Kler recensione film polonia

In madrepatria, il film ha incassato vagonate di soldi al botteghino andando oltre ogni più rosea aspettativa. Rintracciare il motivo è semplice: Kler non si limita a mettere il dito in una piaga (gli abusi sessuali e di potere all’interno della Chiesa), ma ci ficca tutto il braccio. E lo fa senza violenza o senza accusare nessuno in particolare. Ovvio che l’attacco sia rivolto a tutto l’apparato tentacolare del Vaticano, ma da un lato la condanna non è mai radicale e, dall’altro, l’atto di denuncia porta alla luce la risaputa verità: dentro le mura della Chiesa non cambierà mai un cazzo e nessuno pagherà davvero per i peccati commessi.

Come ogni film sulla religione che si rispetti, Kler affronta il tema del peccato originale fin dalle prime scene. Vediamo il prete Andrzej Kukula (l’attore Arkadiusz Jakubik) immerso in una vasca da bagno, seduto a riflettere, ansioso, tormentato. Le colpe che si porta appresso, quelle compiute consapevolmente e quelle inflitte quando era più vulnerabile, non possono essere sciacquate via. L’unico modo per liberarsene sarà imparare a conviverci, mettendosi a nudo di fronte alla comunità di cui è pastore. Ecco che il predatore è anche vittima, come spesso accade per i meccanismi perversi con cui opera la mente, e da insidiatore è un attimo passare a perseguitato. Nel suo ufficio, lo sguardo della Madonna si posa su di lui, impietoso.

Già regista di quel tour de force chiamato Drogowka (passato nel 2013 al Torino Film Festival e con un’altra grande prova di Jakubik nei panni di uno sbirro sregolato), Wojciech Smarzowki con Kler prosegue la sua disamina spietata nei confronti delle istituzioni che regolano la società. Prima le forze dell’ordine, ora la Chiesa. In Drogowka senza un attimo di requie, qui invece con un maggiore equilibrio. Insomma, Kler è una delle grandi scoperte del 30mo Trieste Film Festival. Un’uscita nelle sale italiane è da mettere fuori discussione, titolo troppo scomodo. Manderebbe su tutte le furie la Curia romana. Purtroppo. L’amarezza è anche un’altra: nel Bel Paese fare un film così non solo sarebbe impossibile, ma proprio inconcepibile.

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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