Locarno72: Bergmál (Echo), un’ode islandese

Do you think the birds feel cold in the snow?

Sono cinquantasei le singole scene che compongono Echo, film islandese di Rúnar Rúnarsson presentato in concorso alla 72ma edizione del festival di Locarno. A voler proseguire il gioco filologicamente perverso inaugurato su queste pagine ai tempi di Cinétracts, possiamo sezionare così il lungometraggio, frammento per frammento:

1 lavaggio auto 2 montagne innevate 3 una madre e un figlio in casa guardano fuori dalla finestra 4 bara con dentro un ragazzino 5 solarium 6 fattoria che brucia (e con sé ardono anche le tracce materiali dei ricordi) 7 una madre sbrina un’automobile 8 gente rifugiata in una chiesa 9 cemento in un cantiere 10 un operaio affila i suoi strumenti di lavoro 11 una ragazza viene sgridata in palestra 12 un bibliotecario sta al telefono mentre sistema dei volumi sugli scaffali 13 alcune ragazzine si allenano a ballare 14 tossicodipendenza e metadone 15 recita scolastica a tema natalizio 16 contest di donne bodybuilder 17 pianoforte suonato in un elegante appartamento 18 serre 19 carne tagliata 20 abeti in vendita 21 aquagym 22 uccelli impagliati in un museo 23 foto con Santa Claus al centro commerciale 24 carrelli della spesa pieni di merce 25 fornelletti da campeggio dentro un garage 26 cibo per bisognosi 27 cantare all’aperto 28 portare un saluto ai defunti 29 lavarsi, vestirsi 30 preparativi per cena 31 un uomo solo 32 VR 33 casa di riposo, farsi imboccare da una sconosciuta e non riconoscere un famigliare 34 centralino 35 sermone a messa 36 giochi da tavolo 37 lezioni di nuoto 38 tinta 39 litigare per un parcheggio 40 allevamento 41 allenamento 42 pub, flirtare 43 legno su spiaggia 44 fuochi d’artificio 45 aspettare il bus 46 discorso di fine anno 47 televisore, gambe, palloncini 48 pira 49 stare in strada a Capodanno 50 un cane spaventato dai botti 51 conto alla rovescia 52 partorire 53 mare, terra 54 installazione 55 camion dell’immondizia 56 in volo.

Quella di Echo (anche il titolo originale, Bergmál, è altrettanto evocativo) è la normalità dell’esistere perché tutto viene osservato da una certa distanza, senza partecipazione o influenza, da lontano. C’è la vita, poi si passa alla morte, alla routine dei gesti più semplice, alle comunicazioni sempre più governate dal nervosismo, c’è l’ansia di non fare bene qualcosa, ma c’è anche lo scaricare lo stress o l’isolarsi. Parlano i luoghi e gli esseri umani sono ridotti a effimere figure di passaggio. Un lavoro, quello di Rúnarsson, che qui sembra avvicinarsi inconsapevolmente a Greetings from Free Forests di Ian Soroka: un cinema del distacco rispetto a quel che si guarda, senza spazio all’emozioni di nessuno. Ed è davvero affascinante.

Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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