C’era una volta a Hollywood, la malinconica passione di Tarantino

Con i film di Quentin Tarantino, nella maggior parte delle volte, ci urge una seconda visione per cogliere i più piccoli dettagli disseminati dal regista, o per lo più, cercare di equilibrare la bilancia ed elargire un giudizio sincero e passionale: sì, ci è piaciuto – no, non ci è piaciuto.
Con C’era una volta a Hollywood succede qualcosa di magico, forse per osmosi, rapiti dalla stessa magica malinconica che il film trasmette: ci si innamorato subito del nono film di Quentin Tarantino (ma il decimo sarà davvero l’ultimo?) immersioni in posacenere pieni, scarpe col tacco e capelli laccati.

Come accade spesso di avere nostalgia di epoche mai vissute, Tarantino sigla con questo film un patto d’amore non solo con la macchina Cinema, presa nella sua totalità, bensì con una Hollywood, uno Star System e relative personalità con cui mai ha avuto la possibilità di lavorare, o più semplicemente, respirare quelle strade, quelle luci o quel tono di follia attendendo autobus su una panchina assieme a colorati hippy.
La mano del regista è la sinistra di Dio e vendica – per non scendere nel classicissimo ‘reinterpreta’ che mal si plasma su film del genere – il massacro di Sharon Tate per mano della Manson Family, figura che aleggia sinistra per tutta la pellicola, quasi uno scherzo dello stesso regista che riesce a depistare con grande agilità l’obietto da lui perseguito fin dal primo momento di inizio film.

Seduti nella nostra poltroncina durante la proiezione stampa, già dalla prima manciata di minuti respiriamo la stessa magia su schermo che prova Sharon Tate al cinema nel vedersi sul grande schermo, ridere delle sue gag e vedere la gente attorno a lei reagire alla sua performance. Era dai tempi di Pulp Fiction che Tarantino non raccontava – magari trasversalmente o tramite metafore narrative – il cinema, e questo prodotto richiama tale intenzione fin dal titolo, non nasconde mai la sua finalità da lettera d’amore, senza farsi mai mancare la rilettura pulp marchio di fabbrica del regista.

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Alla fine, che si tratti di rapine, western o film storici, a Tarantino interessa solo raccontare una storia, la sua storia, a suo modo, infarcendola di feticci generazionali che aiutano la comprensione globale della pellicola. In un mondo siffatto di eroi cinematografici limpidi e forti come statue (il Rick Dalton di Leonardo DiCaprio) ma nel privato così instabili fisicamente che mentalmente e perennemente in crisi di nervi, si affiancano le controfigure (lo straordinario Cliff Booth di Brad Pitt, personaggio straordinario) chiare e limpide figure che rappresentano il rovescio della medaglia, gli uomini d’azione, i veri eroi, con cicatrici sul corpo.

Se per Rick Dalton proviamo una costante ammirazione e commozione, nel seguire la sua parabola discendente dell’industria a cui si contrappone l’astro nascente della Tate, Cliff Booth rappresenta e incarna in qualche modo il cinema: lavora, si ferma, immagina a smontare i propri idoli, con la sigaretta imbevuta d’acido lì nel taschino, pronta a fumarla per un trip stellare che culminerà con risvolti di sangue e gloria.

Sarebbe da fermarsi un paio di ore nel discutere ancora e ancora una volta di C’era una volta a Hollywood. In conferenza stampa, già paragonando la sua intenzione di ritirarsi a quella di Steven Soderbergh, lo stesso Quentin ha giustificato che alla fine, i migliori intenti vengono smantellati dall’amore incondizionato per il proprio lavoro, ecco, Tarantino ama il suo lavoro, ce lo dice, prova anche a raccontarcelo, e noi ne godiamo sempre più, ad ogni film e ad ogni frame.

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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