The Wolf of Wall Street: la striscia bianca dello zio Sam

Nel 2014 esce The Wolf of Wall Street un film fuori dagli schemi convenzionali. Jordan Belfort è un broker cocainomane e nevrotico nella New York degli anni Novanta. Assunto dalla L.F. Rothschild nel 1987 è iniziato all’arte finanziaria da Mark Hanna, uno yuppie di successo col vizio della cocaina e dell’onanismo. Belfort verrà in seguito digerito e rigettato da Wall Street lo stesso giorno in seguito al collasso del mercato. Ambizioso e famelico risale il mondo finanziario fondando la Stratton Oakmont, agenzia di brokeraggio che rapidamente gli assicura fortuna, denaro, donne, amici, nemici e (tanta) droga. Separato dalla prima moglie, troppo rigorista per reggere gli eccessi del consorte, Jordan corteggia e sposa in seconde nozze Naomi, che non tarda a regalare due eredi al suo regno poggiato sull’estorsione criminale dell’alta finanza e la ricerca sfrenata del piacere. Ma ogni onda cavalcata ha il suo punto di rottura. Perduti moglie, amici e rotta di navigazione, Jordan si infrangerà contro se stesso, l’inchiesta dell’FBI e la dipendenza da una vita ‘tagliata’ con cocaina e morfina.

La “striscia” bianca di Wall street: la deriva fiammeggiante di Scorsese

Jordan Belfort, trader compulsivo impegnato a consumare voracemente il mondo, è interpretato da Leonardo DiCaprio, imperiale nella performance e imperioso nel film. Con grande maestria e con estrema autarchia si fa carico di un personaggio incontinente e brillante, che non smette di rilanciare e sperimentare i suoi limiti. Martin Scorsese mima il suo protagonista e, attraverso le immagini, il film assume sfumature brillanti e smaniose, sature e vuote; rigenerandosi con quella costanza tipica di un moto perpetuo, mostrando il mondo bestiale e osceno della finanza e avviando una personale analisi antropologica sull’avidità attraverso l’economia americana. Scrupoloso studioso di ambienti Scorsese introduce, in un’ouverture rapida e vertiginosa, quell’universo degli operatori finanziari: un regno delirante e fuori controllo che fa la sua fortuna grazie a raggiri e transizioni più o meno legali, che pratica il piacere e il cinismo dentro un programma quotidiano di feste decadenti e grottesche popolate da svariati “personaggi” come spogliarelliste, puttane, nani volanti e bestie da fiera. Un’orgia senza fine e senza altra ragione che perseverare la perversione e il vizio del denaro e della droga in un loop, dove la prima alimenta il guadagno dell’oggetto stesso della perversione. Perché? Espedienti quotidiani necessari se si vuole cavalcare il toro di Wall Street e mantenere il tutto in un perfetto e fragile equilibrio autodistruttivo.

The Wolf of Wall Street quaalude

Per accedere ai luoghi di The Wolf of Wall Street è necessario seguire la “striscia” bianca e mettere in conto la tachicardia, un’accelerazione di ritmo e un indispensabile aumento della frequenza delle immagini per rimanere al passo. Ecco che la pellicola diventa una deriva fiammeggiante della materia che ha forgiato il stile di Scorsese: l’eccitabilità della macchina da presa, il montaggio vertiginoso e incalzante, le atmosfere paranoiche e ansiogene. Gli abusi degli anni Settanta hanno prodotto un’identificazione primaria tra il giovane Scorsese e Jordan Belfort figurando così un personaggio irrecuperabile, che cavalca ininterrottamente una cresta isterica e amorale fino al punto di rottura, uno tsunami di follia che lo inghiottirà senza inghiottirlo mai veramente. Perché Belfort in cima al suo yacht o sul palco(scenico) del suo ufficio è un re di un zoo di animali selvaggi e predatori: lupi, leoni, tori o scimmie non fanno differenza perché tutto è in uno stato di permanente eccitazione; ubriachi di potere e dipendenti da tutto. Scorsese non fa sconti e non si dilunga in lezioni morali, ecco perché decide di rinunciare a qualsiasi forma di empatia col suo personaggio e decide di mettere in scena nient’altro che la pura e semplice ambizione di dilapidare il mondo senza nessuna coscienza.

Non è un caso che il regista riduce il protagonista a un verme paralizzato dall’abuso di sostanze chimiche, costretto a strisciare fino alla sua vettura, vittima di un’umiliazione che ha contribuito a creare lui stesso. Un uomo che non può redimersi e anche alla fine, quando cadrà, non potrà fare altro che ricominciare. Un imperatore moderno che fallisce l’ascesa al successo ma che, in egual misura, è un fallito di successo. In una perenne oscillazione tra picchi e crisi, ansiolitici ipnotici e droghe stimolanti, The Wolf of Wall Street agisce direttamente sulla chimica cerebrale dello spettatore, che rimane con una penna in mano e la rivelazione di qualcosa di mostruoso e affascinante sulla natura umana.

Belfort fra dipendenza di denaro e droga

Il grande deus ex machina è sicuramente il protagonista che regge, interamente, l’impianto filmico. Assistiamo quindi a un mutamento dei personaggi e, laddove la natura del loro essere rimane costante, pur se espressa in maniera diversa lungo il film, quello che cambia è che se nella prima parte i personaggi perdono, nella seconda vincono e nella terza crollano: stessa personalità collocata in tre situazioni differenti. Ciò che Scorsese ha voluto rappresentare è il cambio di atteggiamento che hanno le persone quando passano da uno stato all’altro. In questo caso da poveri a ricchi. Due condizioni che rappresentano perfettamente i diversi atteggiamenti che una persona può avere nei confronti dell’esistenza. Le trasformazioni vengono anticipate dal personaggio interpretato da Matthew McConaughey. La scena che lo vede protagonista nei panni del potente broker Mark Hanna è un chiaro anticipo di ciò che vedremo accadere al protagonista. Una frase, in particolare, appare profetica: “non è un consiglio, è una ricetta, fidati. Se non lo fai, non hai più equilibrio, ti spacchi il culo e crolli come uno stronzo. O peggio ancora, l’ho visto succedere, implodi”. Il sistema finanziario, del resto, prevede che alla perdita di un potere subentri un altro a rimpiazzarlo: il sistema prima ti mastica e poi ti sputa.

Leo di caprio nudo candela

Scorsese a questo proposito introduce il tema della droga un tema centrale, facendoci porre una domanda: quanto l’uso delle droghe ha contribuito alla trasformazione dei personaggi? Ovviamente molto, anzi si può dire che ogni azione affrontata dai protagonisti è veicolata da qualche stupefacente. Però siamo dell’idea che la droga ampli certamente le personalità dei protagonisti e che partecipi all’evoluzione solo indirettamente. Si può dire che la droga li abbia aiutati ad essere ancora più sporchi e meschini, ma non sia l’artefice del tutto. Altra droga centrale, nel corso del film, è il denaro. Quest’ultimo contribuisce all’emersione del lato oscuro perché si lega ai concetti di potere ed avidità, pertanto la sua “assunzione” provoca danni differenti rispetto ai classici stupefacenti. A questo proposito esemplificativa una frase del protagonista: «ma di tutte le droghe sotto l’azzurro immenso cielo ce n’è una che è in assoluto la mia preferita. In quantità sufficiente questa ti rende invincibile, capace di conquistare il mondo e di sventrare i tuoi nemici. E non sto parlando di cocaina. [Mostrando una banconota] Sto parlando di questi. I soldi non vi comprano solo una vita migliore, cibo migliore, macchine migliori, fiche migliori. Vi rendono anche un persona migliore. Potete essere generosi con la chiesa, o con il partito politico che preferite, potete anche salvare quel cazzo di gufo maculato. Io ho sempre voluto essere ricco».

Uno scontro fra titani: lupi contro tori

The Wolf of Wall Street si confeziona così come la rappresentazione del lato oscuro del sogno americano: è un fulgido esempio di storia che racconta della più grande promessa fatta dalla cultura americana dalla guerra civile a oggi: intelligenza e tenacia sono gli ingredienti per poter diventare qualsiasi cosa per lo zio Sam. La pellicola mette però in luce una deriva del sogno americano e allo stesso modo: essere privi di scrupoli e imbroglioni, possono farti diventare qualsiasi cosa nel paese dello zio Sam.

Nessuna redenzione per il protagonista perché, nonostante si voglia indagare le radici dell’attuale crisi economica mondiale e della deriva a-morale del capitalismo, già nel titolo è insita la volontà di Martin Scorsese: la sua non sia un’analisi sociologica o economica, ma piuttosto etnologica e antropologica. Basti notare come tantissime interpellazione allo spettatore, con annessa spiegazione “economica”, finisca spesso per derivare in descrizione di atteggiamenti comportamentali; perché quello che interessa non è l’analisi finanziaria, ma umana.

The Wolf of Wall Street recensione

In The Wolf of Wall Street tutto ruota attorno alla vendita: le azioni i corpi, le droghe, la morale, la legalità, l’etica e perfino l’amicizia. Tutto ruota attorno al segreto che è alla base di qualsiasi vendita, sapientemente rimarcato nel film, sia quello di creare un bisogno, il dare l’illusione di un desiderio. Jordan del resto è un venditore che ha comprato per sé l’identità cui aspirava, che ha soddisfatto i desideri creati per lui da altri. Un lupo che, anche quando perde il pelo e tutto ciò che ha, non perde il vizio; un criceto che corre ossessivamente sulla ruota di un sistema che lui stesso contribuisce a far girare. Allo stesso modo anche Scorsese è vittima del sistema di vendita: vende il suo film, mette in scena un cinema che scatena il desiderio del cinema stesso, di quello che non c’è più fatto di eccessi, di nudi ostentati e di quella scorrettezza politica mostrata; dimenticando però di creare il bisogno. Materia difficile nel cinema realizzare un film che metta per immagini e mostri il capitalismo finanziario. Il capitalismo è una faccenda troppo complessa per essere ridotta a una storia e a una serie di immagini. Il cinema ha bisogno necessariamente di una messa in scena e di un’idea che possa essere “vista”.

Il capitalismo del resto non è un singolo avvenimento, ma una logica invisibile che pone insieme eventi diversi che pur essendo lontanissimi, e molto spesso ignari gli uni degli altri, sono legati tra loro. Chi infatti al cinema ha tentato di porre il problema della rappresentazione del capitalismo – come Sergej Ėjzenštejn, Alexander Kluge o Jia Zhang-ke – non l’ha fatto tramite la messa in scena di una narrazione, ma tramite l’incontro/scontro di immagini lontane fra loro. Se invece si tenta di ridurre il capitalismo a un’immagine o a una storia esemplare si finisce per feticizzarlo, mistificando un sistema complesso di relazioni sociali in una storia. Del capitalismo non c’è immagine, o per meglio dire, qualunque immagine è parte di esso visto che molte sono frutto dello stesso.

La chiave è tutta nel montaggio e nella loro relazione. Matthew McConaughey nel monologo di iniziazione a Wall Street è molto chiaro in proposito: nessuno sa se la borsa andrà su, giù, o se si metterà a girare in circolo, e men che meno lo sanno i broker che non fanno altro che convincere investitori privati e istituzionali a mettere i soldi sui loro titoli. L’unica cosa che un buon broker deve fare è impedire che gli investitori portino via i soldi dal mercato azionario, perché in questo modo i soldi diventerebbero reali e il gioco al rialzo si interromperebbe. Bisogna insomma far di tutto perché il mondo reale venga cancellato e stia il più lontano possibile. Il mondo reale deve servire per fare cassa, come si vede nelle moltissime scene dove lavoratori sul lastrico vengono convinti a mettere i risparmi di una vita in titoli di nessun valore, ma su cui gli intermediari guadagnano con le commissioni. Questo effetto di anestetizzazione, di annebbiamento, di vero e proprio euforico sballo è il tratto fondamentale di The Wolf of Wall Street. Scorsese decide quindi di affrontarlo non in modo astratto, ma lo incarna in una figura in soggettiva come se fosse prodotto della propria mente. In questo modo crea un effetto di accecamento e riesce così a tradurlo in puro linguaggio cinematografico efficace.

Alessia Ronge

“Tu mi uccidi, tu mi fai del bene.”
- Hiroshima mon amour
Alessia Ronge

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