Shutter Island, l’Isola della Paura di Scorsese

Nei romanzi di Dennis Lehane c’è una costante: il faro e l’annessa scala a chiocciola che può dilungarsi verso l’alto come verso il basso. La discesa – più consona – verso la psiche umana è sempre stato uno dei punti d’interesse dello scrittore. Storie di personaggi stratificati, la cui psiche sia fortemente instabile o in procinto di esserlo. Quindi l’idea di un mistero legato a un faro sulla scogliera di un’isoletta, non sia più riempitivo narrativo, ma vero e proprio obiettivo da raggiungere per slegarsi da ogni collegamento fittizio con la realtà e connettersi con il proprio dolore.
Esattamente come succede allo Sean Penn di Mystic River (La morte non dimentica, in Italia), il quale si accascia al suolo urlante di dolore per la scomparsa della figlia, evento che scatenerà una furia vendicativa che prenderà di petto tutto e tutti, stessa cosa dunque avviene con il personaggio interpretato da Leonardo DiCaprio, un agente federale che impegnato a indagare per un caso di scomparsa, affronterà un viaggio irto di pericoli per raggiungere il faro e scoprire la sua realtà.

Considerato come il “minore di Scorsese”, Shutter Island ha quel dono della sintesi e del linguaggio forbito, ma mai conflittuale nell’amalgamarsi con tutta la storia raccontata. Teddy Daniels, il protagonista, arriva su Shutter Island con un obiettivo ben preciso e le tasche senza pacchetto di sigarette, un indizio che diverrà impercettibile all’inizio, ma improvvisamente retroattivo nel momento in cui tutto il film prende forma.

Il paziente scomparso, la sua ricerca, il dubbio che sull’isola possano davvero accadere sinistri esperimenti sugli esseri umani, il direttore dell’istituto che diviene incontro dopo incontro sempre più personaggio misterioso e il passato dello stesso Teddy, ustionato dalla perdita della moglie come dei suoi figli per mano di un piromane. La narrazione comincia a farsi frammentata, viviamo le stesse insicurezze di Teddy e la stessa isola muterà in qualcosa di più profondo e misterioso, difficile da percepire o catalogare. Ecco dunque che il faro diviene punto finale di una fuga ossessiva per scoprire la verità: cosa cela l’isola o peggio, cosa nasconde Teddy Daniels.

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Ecco dunque ritornare la scala a chiocciola che questa volta volge verso il basso. Martin Scorsese costruisce un film dove alla fine dell’ultimo gradino c’è il classico plot twist per sorprendere lo spettatore e la stessa soluzione narrativa non gli è congeniale, molto fuori dai suoi standard. Dunque il regista vira, mostra lo stesso punto di vista del personaggio principale, che da grande eroe in un impermeabile di gran gusto, figlio di Humprey Bogart nello stile come nel cappello, ecco che si trasforma in una parentesi misteriosa, che necessita di un forte approfondimento che si avrà solo mettendo a confronto la storia conosciuta con quello che accadrà nel finale.

Comprensibile dunque – in parte – l’accoglienza fredda, con un film che più di tutti di discosta totalmente dalla favola hollywoodiana del regista, sempre pronto a puntellare un aspetto drammaturgico ricco e raffinato e qui bisognoso di raccontare una storia frammentata che per la prima volta vede presentarsi con un ritmo altalenante, mai frustrante e anzi, incalzante nella discesa verso la psiche di Teddy.
Rispecchiando e plasmando il suo cinema, la ricerca del passato, come delle sue immagini, pone un’importante riflessione, che si costruisce nei ricordi, nella necessità di restituire memoria alle immagini perdute – pensate a tutti i mockumentary che vengono realizzati, vere e proprie grida di disperazione di immagini che cercano di scrollarsi di dosso la natura di prodotto fantasma per cercare nuovi spettatori, ovvero noi, che viviamo tramite quelle immagini, un passato non vissuto.

Ecco dunque che gli stessi fantasmi di Teddy necessitano di vivere e si mettono in atto con immagini confuse, oniriche, strane tanto per noi che per il protagonista stesso. Scorsese tratta proprio questo materiale con un paio di guanti invisibili, una pletora di dettagli che risaltano facilmente all’occhio dello spettatore per costruirsi, infine, tutto nel finale, come un quadro in una cornice ben chiara.

Se il cinema di Scorsese si fondava principalmente sul concetto stesso della violenza, delle sue diverse estensioni umani e sociali, con Shutter Island compie un ulteriore passo, seppur invisibile: concretizzare fantasmi e angosce personali come risposta naturale ad un tipo di violenza, questa volta auto-inflitta e unico vero medicinale per guarire da un trauma.

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Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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