Boxcar Bertha, un importante banco di prova per Scorsese

L’anno prima di Mean Streets Scorsese è impegnato col suo secondo lungometraggio di finzione, Boxcar Bertha, una produzione low budget affidatagli nientemeno che da Roger Corman, il re dei B-movies americani. È un progetto non particolarmente rischioso da un punto di vista commerciale perché costa poco ed è destinato a incassare il giusto. Sangue, violenza, crudeltà, ingiustizia. E sesso. La formula exploitation che a prescindere dagli altri ingredienti produce il medesimo risultato: intrattenimento spicciolo.

Per Scorsese è però un banco di prova non indifferente e non può sottovalutare il materiale che ha a disposizione. Una vicenda semplice che ruota attorno alla protagonista femminile che dà il titolo (in Italia uscirà invece come America 1929 – Sterminateli senza pietà): giovane donna si unisce a un sindacalista per combattere il sistema corrotto dei gestori delle linee ferroviarie. Il contesto storico, che non a caso è esplicitato nella versione italiana, è quello della Depressione, ma Scorsese deve gestire quello che è un film “d’epoca” con la moda del momento.

È così che se da un lato la cinefilia del regista è appalesata fin dagli opening credits graficamente simili a quelli dei film anni ’30 (i volti degli attori accompagnati dal loro nome, possiamo immaginare l’emozione di Scorsese nel dirigere un mostro sacro del calibro di John Carradine che ai tempi già faceva cinema), per non parlare dell’avere reso uno dei cattivi del tutto simile a Oliver Hardy (ciccione, coi baffetti) o dell’avere mostrato Bertha passeggiare senza uno scopo preciso di fronte a una sala con tanti manifesti in bella mostra, dall’altro lato il target di riferimento è il pubblico giovane, quello che una manciata d’anni prima poteva essere andato a vedere Easy Rider. L’anacronismo è immediato: Bertha e il suo compagno (un giovane David Carradine, futuro Bill -trent’anni dopo- per Tarantino) si comportano come due hippies strafattoni e dediti al sesso libero, in un mondo, quello statunitense di fine anni ’20, ben lontano dalla stagione del ’68. A fronte di altri film usciti in quel periodo, nulla di strano o inedito.

Tutta la bellezza di Boxcar Bertha è però contenuta in un finale che anticipa diversi episodi della filmografia scorsesiana: cercando di evitare eccessivi spoiler, si assiste a un violento pestaggio (non dissimile dall’uccisione di Nicky Santoro e di suo fratello in Casinò, una morte così sanguinolenta da essere insostenibile per lo sguardo), una brutale crocifissione (Silence, ma anche L’ultima tentazione di Cristo) e una sparatoria che lascia a terra diversi cadaveri (Taxi Driver, la strage compiuta da Travis). Fosse anche solo per questi pochi minuti, Boxcar Bertha merita di essere recuperato e rivalutato all’interno di quel quadro più ampio che è la carriera di Scorsese. Unica al mondo.

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Simone Tarditi

"Into this house we're born.
Into this world we're thrown".
-Jim Morrison
Simone Tarditi

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