Il gioco al massacro di Cul-de-sac

Su un lembo di terra inondato dall’acqua durante l’alta marea in Northumberland si ferma la macchina di due gangster, Dickey (Lionel Stander) e Albie (Jack McGowran). Albie è gravemente ferito all’addome a causa di una rapina finita male. Dickey lo lascia in macchina, con la marea in risalita, per cercare un telefono con cui chiamare il loro capo, il misterioso Katelbach. Dickey raggiunge dunque un castello diroccato, abitato da un ex industriale nevrotico e dalla sua giovane e disinibita moglie francese, dal passato poco onorevole. Mentre attende freneticamente i soccorsi, Dickey tiene in ostaggio la strana coppia.

Roman Polanski, al suo terzo film, ordisce un triangolo relazionale che molto ha in comune con gli altri due triangoli del Coltello nell’acqua e Repulsione: triangoli non necessariamente amorosi, ma che sempre innescano un gioco al massacro (e proprio da Il dio del massacro di Yasmina Reza è tratto Carnage, che verrà molti anni dopo) con esito necessariamente disastroso. Polanski prende sostanzialmente tre personaggi e li costringe in uno spazio delimitato e non oltrepassabile, come la barca de Il coltello nell’acqua o la casa delle Ledoux di Repulsione. Qui siamo in un castello tagliato fuori dal mondo, geograficamente e telefonicamente: lo stesso Dickey ha distrutto i fili del telefono per evitare che i due eccentrici coniugi chiamino la polizia, e ora tutti e tre i personaggi sono finiti, appunto, in un cul-de-sac, in un vicolo cieco senza via d’uscita.

Ciò che accomuna questi triangoli è appunto l’impossibilità di comunicare con l’esterno, esasperando i rapporti interpersonali forzosamente creatisi, in un’unità di tempo e di luogo che risponde perfettamente ai dettami dell’estetica aristotelica. Accompagnato da una musica jazz molto sinistra firmata da Krzysztof Komeda, che comporrà tra le altre cose le musiche di Rosemary’s Baby, Cul-de-sac è il film più surreale di Roman Polanski, anche per i personaggi più ambigui del solito, interpretati da tre attori d’eccezione, con una Françoise Dorléac, astro nascente del cinema francese, che sarebbe morta di lì a pochi anni a causa di un incidente d’auto.

Le recensioni dell’epoca – se ne trovano pochissime online, l’unica scritta da un critico famoso è quella di Roger Ebert – parlano di satira e umorismo nero: cinquant’anni dopo, a noi trasmette soprattutto orrore e disgusto per i personaggi. Tranne per il teatrino con gli invitati indesiderati: perfetta famiglia borghese con figlio pestifero e viziato, lei venuta solo per adocchiare la nuova e poco elegante moglie dell’ex industriale che ha dissipato tutti i suoi soldi nell’acquisto del castello. Verranno ben presto cacciati via dalla magione, un attimo prima che Dickey, fintosi ruspante maggiordomo, si abbandoni alla tentazione di sparare direttamente sul gruppetto.

Cul de sac polanski recensione

Francesca Sordini
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