L’uomo nell’ombra: di ghostwriter, verità e giochi di potere

Giornalisti, critici, esperti del settore e analisti hanno sempre cercato di mettere in forte contrapposizione il cinema di Polanski con la sua vita privata, con un focus necessario nel suo passato. Prendiamo due esempi più a braccio in questa situazione: L’ufficiale e la Spia è stato riletto in modo retroattivo, cercando nelle accuse del passato una tacita giustizia. L’uomo nell’Ombra invece è sempre stato visto come un grido strozzato alla ricerca della verità: il politico inglese che riceve la visita di un ghostwriter per scrivere le sue memorie è accusato di aver abusato del suo potere da Primo Ministro Inglese, ricorrendo a terribili tecniche di interrogatorio e rapimento di sospetti terroristi, avallando il Governo USA come la stesa CIA.
Dove inizia la verità e finisce la menzogna, o almeno, la necessaria operazione di ricostruzione di tutti gli eventi per capire se davvero il politico che il ghostwriter avrà davanti (mai nominato per nome, solo con appellativi) sia davvero un criminale o vittima di un gioco politico più grande di lui.

Uscito nel 2010, L’uomo nell’ombra rimane oggi uno dei film più compatti e riusciti della carriera di Roman Polanski. Tanti appellativi e frasi incoraggianti hanno accompagnato l’uscita del film, anche quel “il film che Hitchcock avrebbe realizzato”. Ora, senza scomodare il leggendario Alfred, a visione compiuta non si potrebbe fare altro complimento, perché mai come in questa opera Polanski ha un grande rispetto per l’elemento base su cui si costruzione la macchina Cinema: la parola.

Un’opera che è affabulazione e stile narrativo ineccepibile, dando grande potere alla sequenza narrativa degli eventi. L’occhio del regista segue il ghostwriter, nei momenti chiave come in quelli di spensieratezza e ne restituisce un’umanità accattivante – contate quanto volte Ewan McGregor si mette le mani nei capelli o si addormenta, momenti cinematografici mai dati dal caso, ma mossi da grande organizzazione scenica.
Nella sua prigionia in Svizzera, Roman Polanski monta il film con tutta la calma del mondo. Mentre è fermo dalla giustizia, lui guarda al mondo esterno con disprezzo e angoscia. Il ruolo dei mass media manipolabile, i segreti di stato, editori sciacalli alla ricerca di casi editoriali o di scoop su cui montare l’ennesimo trenino di chiacchiere e ricircolo economico. Forse in piccola dose è vero, Polanski vuole seminare tutte le sue produzioni con messaggi taglienti, piccole osservazioni del quotidiano sottolineando giochi di potere e dei media.

Come non ricordare dunque, in questo quadretto, la sequenza finale: il foglio con l’unica verità passato di mano in mano e nessuno che si ferma a leggerlo. L’unico destinatario è colui che farà finire tutto con altrettanti fogli sparsi al vento, in una strada semibuia mentre la festa è nelle vetrine. L’uomo nell’ombra è il foglietto testimone che Polanski passa direttamente allo spettatore.

l'uomo nell'ombra recensione

Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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