Che? Uno sguardo al film più osceno di Roman Polanski

È con un atto di violenza compiuto ai danni di una giovane donna che si apre Che? di Roman Polanski. Un tentato stupro, per la precisione, a cui la protagonista riesce a sfuggire con non troppa difficoltà data la deficienza mentale dei suoi assalitori (si vede Carlo Delle Piane, persi gli spessi occhiali da vista e scambiando un sedere per un altro, finire con l’inculare il compagno di scorribande), individui paflagonici e unicamente dotati di forza fisica, niente di più. I toni sono farseschi, discutibilmente goliardici.

Quello che è forse il titolo meno conosciuto e studiato della filmografia polanskiana diventa oggi fonte di prove per una condanna morale. Dopo questo incipit, la ragazza trova rifugio in una villa che si affaccia sul golfo di Amalfi (nella realtà, il proprietario dell’abitazione è il celebre Carlo Ponti, co-produttore della pellicola), e lì verrà insidiata da uomini e donne di ogni età, trattata a mera merce di scambio, sfruttata, maltrattata, raramente considerata come un essere umano pensante. L’interpretazione di Sydne Rome, scelta perfetta per vestire i panni di un Alice nel paese degli orrori, vale da sola l’intera visione. Dopo due ore, se ne andrà via, di nuovo sulla strada che la porterà chissà dove. Ad aspettarla ci saranno avventure migliori o il mondo non può offrire soluzioni alternative ai soprusi? Inutile dire che gli accusatori di Roman Polanski hanno trovato in Che? una sorta di precedente per i reati penali che il regista ha compiuto negli anni successivi.

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A prescindere da tutto, Che? resta stra-ordinario nella misura in cui esso esce dall’ordinario comune. Ingiudicabile, perché totalmente libero da ogni lavoro del regista. È come se Roman Polanski dopo le due rigorose prove di Rosemary’s baby e Macbeth, avesse di proposito voluto dimenticare come si fa il cinema e d’autodidatta si fosse messo a re-impararlo quasi da zero. Il fatto che l’opera successiva sia Chinatown, così racchiusa in una perfezione formale assoluta, è ulteriore conferma a quanto appena detto: Che? è a sé stante, un caso unico, un divertissiment che riproporre una seconda volta non sarebbe stato possibile.

Se nell’economia generale della carriera del filmmaker polacco questo è un film per certi versi di non particolare peso, al contempo rappresenta un’altra faccia del suo creatore, un lato contraddistinto da quella stessa bizzarria e follia che altrove emerge in piccole scene (per esempio, si pensi alla sezione finale di Venere in pelliccia oppure alla vomitatio che fa crollare il muro di finta cordialità in Carnage). Anche questa è arte. Magari offensiva e vergognosa, ma pur sempre arte. E quando ricapita di vedere un Marcello Mastroianni versione sadomasochista con pelle di tigre addosso?

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Simone Tarditi

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