Tolo Tolo, la prima caduta di Checco Zalone

Spiace sentirlo dire da chi Zalone l’ha sempre amato: Tolo tolo è un mezzo disastro.
Registicamente parlando si tratta di una débâcle, e non solo perché ha tutte le incertezze del regista alle prime armi. Inquadrature esagerate, trovate discutibili, intermezzi che, duole dirlo, sono ai limiti dell’imbarazzo: la scena finale con l’animazione di seconda categoria, al netto della canzone più orecchiabile di tutto il film, rimane inguardabile.

La storia dell’italiano che ripara in Africa, di nascosto da madre, ex mogli e fisco, e intraprende per motivi di guerra il viaggio della speranza dei migranti, è squinternata e troppo poco strutturata per tenere insieme i – deboli – sketch che la costituiscono.
I primi quattro film di Zalone erano invece tutti costruiti sul personaggio principale (il buzzurro cantante, l’addetto alla sicurezza, il venditore di aspirapolveri, l’irriducibile del posto fisso), ma erano decisamente più caustici, più dissacranti, più satirici di questo Tolo tolo che si fregia di un protagonista traballante e si ispira a un tema caldo della contemporaneità.
Gli altri film, diretti da Gennaro Nunziante, erano registicamente molto classici, ma rimanevano comunque efficaci.
In Sole a catinelle Checco chiedeva a un’ignara commessa: “Scusi, della Che Guevara avete anche i borselli?”. Col montaggio perfetto che aveva, la frase, dissacrante al punto giusto e con i tempi comici di Zalone, era un piccolo capolavoro di comicità, capace di sfottere in meno di dieci parole comunismo e capitalismo insieme. In Tolo tolo, la battuta “Ragazzi, non ridete, questa è la media europea”, pronunciata da Checco quando si fa la doccia assieme al suo amico africano Oumar (Souleymane Sylla) mentre un gruppo di bambini lo addita e ride, viene completamente rovinata da un montaggio e una regia scomposti. A dimostrazione del fatto che la tecnica influisce, eccome se influisce, sulla comicità.

tolo tolo recensione

È uno dei motivi per cui, guardando Tolo tolo, in sala si registrano meno risate del solito, e quelle pervenute sono quasi tutte a denti stretti. Quo vado? era spassoso dall’inizio alla fine, con un vertice da lacrime quando Zalone raccoglie lo sperma dell’orso polare. Tolo tolo sfodera battute più raffinate, e ci può stare: nel mondo delle commedie all’italiana undici anni – quelli che separano Cado dalle nubi da Tolo tolo – sono tantissimi, ed evolversi è giusto e sacrosanto.
Dagli “uomini sessuali” del primo film siamo passati a “Grazie, Haftar!”, anno 2020: siamo in Libia, e Checco ringrazia il generale per avere interrotto le effusioni tra la donna di cui è innamorato (Manda Touré, che ha fatto il viaggio con lui) e un damerino da copertina che li ha salvati nel bel mezzo del deserto (Alexis Michalik). La battuta, che fa anche ridere a dispetto del pessimo montaggio, è comprensibile solo a chi ha presente le dinamiche della guerra civile in Libia. Non che negli altri film manchino riferimenti “alti” (in Cado dalle nubi Checco faceva riferimento alla fidanzata Angela come alla sua “Giulietta Masina”). Ma in Tolo tolo manca del tutto la risata di pancia, che è uno dei marchi di fabbrica di Checco, a favore di una comicità più garbata, forse meno coraggiosa.
Piacerà, difatti, a chi non ha mai apprezzato Zalone, mentre gli zaloniani convinti saranno più difficili da convertire.
Sembra che Checco abbia perso di mordente, impantanandosi in una storia in cui non riesce a essere cattivo e caustico fino in fondo. Tanto che in Tolo tolo fa capolino una retorica buonista che non gli appartiene per nulla, come quando uno dei migranti afferma che “Il fascismo si cura con l’amore”. “Un po’ come la candida”, ribatte Checco.

Si ride, insomma, ma con il freno a mano tirato. Non perché non si debba condannare o ridere del fascismo. Ma perché a Checco il buonismo proprio non gli dona

Francesca Sordini
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