Perché è importante (ri)vedere Memories of Murder

Potremmo definirlo un miracolo di Natale arrivato posticipato di due mesi, o diciassette anni dopo a seconda di come la si vuole vedere, ma nei – purtroppo pochi – cinema italiani è arrivato finalmente Memories of Murder (Memorie di un Assassino) primo, vero capolavoro di Bong Joon-ho datato 2003 e che abbiamo visto praticamente tutti, non mentiamo.

Arrivato solo successivamente da noi solo nel formato home video, in questi giorni avrete l’unica possibilità di viverlo sul grande schermo.
Corea, 1986: la polizia inesperta e sotto dittatura militare si ritrova a dare la caccia ad un serial killer, il primo che sia mai capitato al paese, motivo per cui gli stessi poliziotti e investigatori non sanno come muoversi, per loro che l’unico compito che devono e vogliono eseguire è mantenere l’ago della bilancia perfettamente equilibrato, motivo per cui arrivati al secondo omicidio, non si preoccupano di iniziare indagini approfondite, ma vessano e picchiano un ragazzo del paese con qualche problema, aspettando una sua confessione che equivale alla fine delle torture e l’inizio del processo per omicidio. L’arrivo di un investigatore da Seul però cambia le carte in tavola. Alla praticità sbrigativa e rozza della polizia di zona, si aggiunge l’aspetto metodico e “lo studio dei documenti” dell’investigatore venuto da fuori. I due si troveranno davanti un caso più complesso del previsto e mentre il poliziotto campagnolo perde le speranze e comincia seriamente a ragionare sul ruolo del suo operato, l’investigatore da Seul è quello che crolla più facilmente, cominciando a ignorare la legge stessa pur di assicurare alla giustizia l’assassino.

A Bong Joon-ho il caso, assolutamente vero a cui sembra si sia arrivati alla soluzione non pochi mesi fa, nel 2019, non gli interessa molto, preferendo assicurare un’introspezione e stratificazione dei personaggi che rispecchino il particolare momento sociale e politico che viveva il paese.

memories of murder recensione

Definito lo Zodiac prima che Fincher realizzasse Zodiac – anch’essa storia vera – mentre nelle strade la polizia è interessata a sedare rivolte di studenti, il killer continua nella sua ricerca e uccisione di giovani donne, in cui Bong riversa tutta la sua visione di un paese continuamente stuprato da violenza e uccisioni per le strade, in uno dei periodi peggiori dove anche guardando negli occhi attentamente qualcuno, difficilmente le pupille poteva riflettere qualcosa di apparente chiaro.
Una serie di disgraziati, da persone afflitte da disturbi a innocui pervertiti che si masturbano nei boschi, il quadro che ne esce è quello di persone senza una bussola, specchio di un paese perso, dove ognuno sembra affrontare la giornata senza particolari motivazioni. Fare il poliziotto non ha quasi più un valore morale o autoritario, anzi, più volte al nostro protagonista verrà suggerito di lasciare il lavoro e lo stacco temporale agli inizi del 2000, in piena democrazia, restituisce spessore alla forma di critica sociale che serpeggia nel film: una casa, un sole stranamente più limpido, lavori stabili e tecnologia al servizio della vita comune. Eppure in quel piccolo lembo di terra, decenni prima, il primo omicidio, la scoperta che il Male ha anche le sembianze di un uomo dalla faccia semplice, normale, ma macchiatosi di delitti mostruosi.

Quello di Bong Joon-ho è un lavoro di opposizioni, di colori che tratteggiano un paese grigio, uggioso, che uccide e sevizia ogni cosa ci sia di vivo (il killer uccide durante le notti di pioggia donne che indossano un capo color rosso vivo), come dei suoi protagonisti, presentati pieni delle loro convinzioni, per poi perdere pezzi minuto dopo minuto e noi spettatore li raccogliamo e li seguiamo, proprio per finire lì sotto, ad un passa dal buio e dal baratro di una galleria senza luci. Probabilmente il tempo non è quello giusto per assicurare un uomo alla giustizia, ma tutto questo porterà significativi cambiamenti nel paese quanto nei suoi abitanti.

Oggi vedere – o rivedere – Memories of Murder è importante quanto necessario: consacrare anche ai più miscredenti il talento di Bong Joon-ho è una missione da portare e sbandierare senza vergogna e che questo rinnovato interesse per il Cinema orientale possa sensibilizzare un pubblico che negli ultimi anni ha fatto della pigrizia cinematografica una dieta quanto una scusa. Il Cinema è lì che non ci giudica, ci aspetta e ci ama.

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Gabriele Barducci

"We gotta get out while we're young
`Cause tramps like us, baby we were born to run"
- Bruce Springsteen
Gabriele Barducci

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