L’uomo Invisibile, non più Dark Universe, ma violenze domestiche

La genesi di questo film ha origini da un progetto fallito e rinato sotto l’occhio vigile di Jason Blum. Inizialmente c’è stato La Mummia con Tom Cruise e l’intenzione da parte della Universal di affrontare un particolare progetto di universo cinematografico condiviso chiamato Dark Universe che avrebbe intrecciato tante e diverse storie aventi protagonisti i mostri sacri cinematografici della Universal. Tutto ideato e sceneggiato da Chris Morgan (vive di rendita con Fast & Furious da decenni ormai) e neanche il tempo di lanciare il primo film che già il cast e successivi film erano stati già pianificati.
Sofia Boutella come Mummia, Tom Cruise a seguito dell’omonimo film è una sorta di ibrido umano-divinità egizia, Russel Crowe come Professor Jekyll introduce il Prodigium. Poi schedulati c’erano Javier Bardem come mostro di Frankenstein e Johnny Depp come Uomo Invisibile. Senza girarci troppo, il flop del film del 2017 La Mummia ha messo in stand by tutti i programmi, dati per persi, rumoreggiati in mano a Del Toro, per poi trovare una casa (e soluzione economica più che vantaggiosa per la Universal) presso Jason Blum e la sua Blumhouse con nuove intenzioni, lasciare dunque la denominazione – relativa – di Dark Universe, ma slegare tutti i film, in modo da acquisirne una fruizione più interessate e disimpegnata da parte degli spettatori.

Ecco dunque che esce di scena Johnny Depp per rifondare progetti quali L’uomo Invisibile, diventando una efficace e raffinata parabola e metafora di violenze domestiche.

l'uomo invisibile recensione

La ragazza, Cecilia, è Elisabeth Moss, compagna di un uomo brillante, un genio dell’ottica a detta di giornali e riviste di scienza, ma possessivo, violento, manipolatore. Quando la compagna scappa cercando riparo da amici e parenti, lui si suicida. A lei spettano ben cinque milioni di dollari a patto che non abbia carichi pendenti o valutazioni psichiatriche negative.

Nonostante la morte del suo ex compagno, Cecilia ci mette del tempo per riprendere fiducia nel mondo come nell’esterno, ma lei è convinta di ciò: qualcosa o qualcuno la sta inseguendo, qualcosa di invisibile.

Dopo un paio di tentativi dove Cecilia cerca di spiegare di aver percepito la presenza di qualcuno, mentre riceve sguardi pregni di pregiudizio da parte dei suoi cari, l’intenzione del film acquisisce subito un contorno ben marcato, veicolando la figura dell’Uomo Invisibile a quelle delle violenze domestiche, lievi o gravi che siano, partendo dallo stalking alla costruzione artificiali di prove per rovinare la vita di altri. In tal caso evitiamo sin da subito di pensare o parlare di classico artificio narrativo per parlare di MeToo o robe simili, no, Cecilia è convinta di ciò, combatterà fino alla fine questa minaccia, con coltello in mano – in questo caso il film più che all’horror di casa Blum, prende le sembianze di uno slasher alla Craven – e indagherà le possibili origini di questa minaccia invisibile. Tant’è, senza troppi fronzoli, l’aspetto domestico e quello su cui il buon Leigh Whannell si concentra prepotentemente, con scontri singoli sempre nelle mura di cosa, che sia la propria o di chi sta ospitando la ragazza, perché la minaccia non deve più mostrarsi solo davanti i suoi occhi, bensì essere visibile al mondo intero, ma come mostrare o giustificare un essere invisibile?

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Unica vera narratrice è proprio Cecilia dunque, i suoi occhi fissi e spalancati su un determinato angolo della stanza e la reale consapevolezza che lì qualcosa c’è, sensazione che la regia di Whannell, qui in pieno stato di grazie, traspone con fredda lucidità e perizia tecnica. Camera fissa in quell’angolo, il nostro occhio si sostituisce a quello di Cecilia e la reale necessità di trovare una stonatura, qualcosa di strano, una prova di un’ipotetica presenza.

Dunque si dubita spesso della veridicità delle parole di Cecilia, lei stessa comincerà a vacillare come le sue paranoie mentre verrà rinchiusa in istituti psichiatrici. Contro ogni aspettativa, L’uomo Invisibile riesce ad essere più di un proto horror movie, guarda a oggi, dona al racconto una cornice dalla forte metafore. Si perde un poco verso le fasi finali, troppo veloci – viene da pensare a un taglio importante di scene, magari ci scappa un cut finale – ma niente che possa davvero minare un lavoro certosino, confezionato con i fiocchi, per amanti del genere e non.

Gabriele Barducci

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