Madre di Bong Joon-ho: il principio del sacrificio

Col senno di poi e dopo aver visto ognuno dei sette lungometraggi a oggi diretti da Bong Joon-ho, Madre è solo all’apparenza il più vicino a Memories of Murder. Il punto di contatto più profondo nonché più intimo è infatti quello con Okja, nonostante le due narrazioni possano definirsi tutto tranne che simili. Di Memories of Murder si recupera l’aspetto più immediato: lo sguardo pessimistico nei confronti di larga parte delle forze dell’ordine, così desiderose di chiudere frettolosamente le indagini e incuranti di stare sbattendo dietro le sbarre il reale omicida oppure uno che non c’entra niente. Nel fare ciò, il regista punta ulteriormente il dito sulla polizia che, anche in Madre, approfitta dell’idiozia di un uomo dalla fallace memoria e con evidenti problemi cognitivi per addossargli tutte le colpe senza avere prove concrete contro di lui.

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In breve, questo è il mare di difficoltà in cui deve muoversi la mamma protagonista per dimostrare l’innocenza del figlio. Il che comporta affidarsi a un avvocato solo interessato alla parcella, rinunciarvi, condurre indagini in solitaria, districarsi in un sub-mondo degradato, ergersi sulle cattiveria della società e, solo alla fine, rinunciare alla verità perché essa equivarrebbe a una condanna, non a una salvezza.

C’è un’immoralità di base in un’opera come Madre, motivo per cui il pubblico occidentale, in particolar modo quello americano, non ha saputo apprezzarlo completamente. Manco a dirlo, è il motivo per cui questo film di Bong Joon-ho è il suo più interessante sul piano della complessità psicologica: la protagonista, pur di salvare colui a cui tiene di più, è disposta a uccidere con le sue stesse mani l’unico testimone della colpevolezza del figlio. Ed è nulla in confronto alla disperazione nel vedere finire in cella un altro ragazzo non solo incolpevole, ma mentalmente anch’egli poco evoluto. Un sacrificio viene compiuto. Le lacrime e quelle parole pronunciate da dietro il vetro della prigione rappresentano il momento più alto di Madre e, forse, quello più umano di tutta la carriera del cineasta coreano.

Ed è qui, in questo indissolubile legame ombelicale, che si anticipa l’etica di un film come Okja, la cui protagonista sacrifica e sacrificherebbe ogni cosa pur di riappropriarsi di un super-maiale delle dimensione di un ippopotamo. La ragazzina, dal coraggio indomito e dall’intelletto pieno di risorse, sarebbe disposta a rinunciare non solo all’oro e agli affetti (umani) più cari, ma anche alla propria vita per poter riabbracciare, giocare, crescere fianco a fianco col suo animale domestico. Anche a costo di assistere all’immolazione di altri esseri simili perché i bisogni egoistici di un individuo singolo non corrispondono mai a quelli della specie. Per sopravvivere.

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Simone Tarditi

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