Il van Gogh di Kirk Douglas, Cristo e pittore

In Brama di vivere, il biopic su van Gogh firmato dal regista Vincente Minnelli e interpretato da Kirk Douglas, si assiste a un fenomeno sicuramente non unico per il cinema degli anni ’50. Nel film il pittore viene ritratto come una figura cristologica non attaccata alle cose terrene, al proprio benessere (fisico, mentale), ai soldi, ma sempre desiderosa di dare un contributo al mondo che però gli possa fare arrivare anche una gratificazione personale.

Del primo van Gogh cinematografico emerge l’assoluta dedizione al lavoro. Infatti, quando egli non dipinge, legge libri di narrativa, scrive lettere, passeggia alla ricerca di ispirazione. Non perde tempo. Vuole conoscere il mondo e la natura umana, eppure sa poco come rapportarsi col prossimo. Secondo l’opinione generale è un uomo di brutte maniere e presenta male (è un’anima pura, ma non si lava né si cambia). E sul versante sentimentale gli va anche peggio che con le amicizie: le agonie d’amore di cui è afflitto non gli fanno capire che la donna da cui è attratto lo schifa. Il disgusto è peggio del semplice rifiuto, quello non si dimentica.

Meglio il lavoro, quindi. Meglio dipingere. Per quanto riguarda la tecnica pittorica, Kirk van Gogh accoglie subito il consiglio di lavorare sul colore. E la sua arte cambia di colpo, tutto assume tonalità diverse. Sul campo, letteralmente, scopre che le espressioni facciali sono più importanti dei volti presi di per sé. Un insegnamento che in una scuola non gli avrebbero mai dato. A Parigi invece impara dalle lezioni altrui, ascoltando i grandi, i più anziani e qualificati colleghi, chi ce l’ha fatta a trovare il proprio stile più che la gloria. Poi, ogni qual volta sente il bisogno di un cambiamento, si getta in un’avventura e lascia il luogo in cui si trova per non farvi ritorno se non dopo aver trovato una nuova versione di sé. Cerca chi essere altrove e non si rende conto di non poter evadere da chi è già. Per van Gogh -e non solo per lui- l’arte ha un costo ed è la solitudine. Ad alcuni essa sembra un martirio, altri invece la rincorrono. Lui? Chissà.

Brama di vivere è affetto da un problemuccio presente in molti film biografici della Hollywood classica, ossia il ritratto dell’artista tormentato la cui esistenza viene “novellizzata” al fine di essere racchiusa in un paio d’ore di durata. Chiaramente con molte licenze sulla veridicità degli episodi salienti. Lo si sa, lo si accetta. Lo si guardi e lo si studi soprattutto per la bellezza cromatica delle immagini oggi pienamente restituita allo spettatore grazie alle copie home-video. Quei colori e quei paesaggi valgono molto. E molto vale anche la performance di Kirk Douglas, calato in panni che altri attori del suo calibro avrebbero snobbato.

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Simone Tarditi

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