Venezia77: 200 Meters, quando i confini amplificano le distanze

Venezia77: 200 Meters, quando i confini amplificano le distanze

September 12, 2020 0 By Stefano Calzati

200 metri in linea d’aria, quelli che tagliano in due la famiglia di Mustafa e Salwa, aria senza ossigeno, senza libertà, quella di valicare il confine che ingabbia i palestinesi dietro sbarre di sospetto e burocrazia.
Le file chilometriche, lente, rassegnate tra militari e impiegati, le carte da compilare, i permessi perennemente in scadenza, l’unica soluzione sotto forma di un permesso di soggiorno che Mustafa non vuole o non può avere, non lo dirà mai, nonostante la moglie viva in Israele coi loro tre bambini per esigenze lavorative.

La denuncia sociale velata dalla messa in scena di una quotidianità tanto assurda e complessa quanto metabolizzata, assodata, nella delicatezza di chi come il regista Ameen Nayfeh (al primo lungometraggio di finzione) questa vita l’ha vissuta e sa come raccontarla, sfruttarla per tirare fuori una pellicola tanto forte quanto frizzante, di denuncia e di resistenza. Una vita come tante lungo quel confine, le visite frequenti, i momenti felici, le finanze sufficienti ad andare avanti, nonostante la schiena di Mustafa non gli permetta più di lavorare con regolarità come carpentiere nei cantieri israeliani; le serate al telefono coi bimbi, tutti affacciati ai rispettivi balconi, accendendo e spegnendo la luce come un codice morse che evade significati precisi per abbracciare una più ampia definizione di amore. Ma è in una tranquillità così precaria che tutto può precipitare al primo soffio di vento, una telefonata di Salwa, il figlio in ospedale per un incidente stradale, i permessi scaduti da rinnovare per poter percorrere quei maledetti 200 metri.

E in questo momento si capisce quanto la mano di Nayfeh sia sicura, raccontando grazie ad un grandissimo Ali Suliman la preoccupazione di un padre che nel panico del momento riesce a non perdere del tutto la lucidità, rischiando una multa salatissima e un daspo di 10 anni dal territorio israeliano pur di stare vicino al figlio nel momento più delicato. Il dramma si trasforma in road movie, a bordo di uno degli innumerevoli taxi illegali che popolano il confine israelo-palestinese, contrabbandieri di sogni e speranze cui si affidano uomini che hanno un motivo per voler sfidare la sorte: il matrimonio di un cugino, la famiglia, la ricerca di una vita dignitosa; c’è perfino una filmmaker tedesca tra i passeggeri, nel doppio ruolo di alter ego del regista, concentrata nel documentare l’odissea giornaliera di un popolo, e di coscienza occidentale, forse più consapevole e interessata dopo aver visto coi propri occhi quello che succede al di là di quel muro.

Non la violenza, il terrorismo, l’estremismo che si pensa essere la norma, come in un caricaturale film di quarta categoria, ma la difficoltà di chi affronta una normalità in costante salita, con pendenze che stroncano le gambe. E il road movie si trasforma ancora, il van diventa un calderone di umanità, tutto assume un tono più intimo, gli sconosciuti cominciano ad aprirsi gli uni agli altri, nonostante la tensione e i naturali litigi, si canta, si balla, si scherza per stemperare il panico in vista dei checkpoint, consci di affidare la propria vita a un’organizzazione, quella tra i vari “tassisti”, che rischia di saltare da un momento all’altro, mentre le ruote macinano chilometri e i 200 metri diventano 2.000, 20.000, 200.000, e più si svuota il serbatoio più si riempie il cuore di ansie, dubbi, paure. Emozioni libere di esprimersi in un contesto cinematografico tecnicamente sobrio che si concede rari ma significativi momenti suggestivi, certi tramonti, notti, sguardi, mantenendo un ritmo compassato, asciutto, senza fronzoli. Un cinema biologico, facilmente assimilabile, fluido, intenso, caratteristiche fondamentali per una pellicola che merita una distribuzione degna. Un tassello di vita palestinese che non può raccontare tutto, ma fa capire molto.

Stefano Calzati
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