Gli inganni del grande Cinema di Mank

Gli inganni del grande Cinema di Mank

December 3, 2020 0 By Gabriele Barducci

Il Cinema è sempre stato sinonimo di magia, possibilità, passione. La grande macchine per eccellenza porta il nome di Hollywood e proprio lì si sono visti passare grandi e piccoli nomi. Alcuni hanno fatto la storia, altri sono stati bruciati dalla fiamma, mentre altri sono stati di passaggio, con una presenza indolore.

Herman Mankiewicz è uno di quelli che lavora dietro le quinte, bravo sceneggiatore ma fuori dall’Olimpo dei grandi, almeno finché non riceve una visita durante un periodo a letto in piena convalescenza dopo un incidente automobilistico che gli ferma una gamba e lo costringe a letto: è Orson Welles, alto, muscolare, tonaca nera e folta barba. Lui vuole Mank perché ne riconosce il talento. Il contratto è stilato, Mank accetta, un po’ per soldi, un po’ perché è un uomo che affoga la sua esistenza nei vizi. Fumare, bere e il gioco d’azzardo sono mantra quotidiani per lo sceneggiatore dal fegato appesantito e il verbo attivo e frizzante.

Mentre la sceneggiatura di quello che sarà poi Quarto Potere, Mank si confronta con la sua creatura, specchiandosi contemporaneamente. Si rende facilmente conto che quello che sta scrivendo è una grandissima sceneggiatura e per la prima volta nella sua vita, in un momento di folle lucidità, decide di mettersi contro il sistema e lo stesso Welles: lui vuole il nome su quella sceneggiatura.

Mank recensione

Mank è senza ombra di dubbio uno dei film più atipici di David Fincher: vero maestro e artigiano della materia cinematografica, questa volta si esalta raccontando di un film nel film. Per quanto Mank non sia concretamente la storia della realizzazione di Quarto Potere, gli avvenimenti attorno allo sceneggiatore suggeriscono il contrario: quella storia di perdita e ricerca di una propria innocenza, passando per la tanto amata “Rosebud” è in qualche modo la rivalsa interiore di Mank verso il sistema.

Egli è consapevole di non essere un gigante dell’industria, non certo quando ci sono ragazzi che appena ventenni vengono chiamati ad Hollywood per realizzare film con carta bianca. Il rapporto/scontro con Orson Welles è solo verbale, frecciatina lanciate via telefono o confidate a un conoscente, lasciando solo nel finale lo scontro decisivo e l’assegnazione del nome di Makiewicz sulla sceneggiatura poi premiata con un Oscar.

Fincher si diverte – neanche tanto – a decostruire e ricostruire questo povero uomo attraverso i suoi vizi. Tutto il film si divide dunque in macrofasi a cui si alternano tanti e diversi flashback atti a giustificare le quotidiane azioni di Mank.

Fincher si supera mettendo in scena un film che ha un rispetto religioso verso l’arte cinematografica, senza dimenticarsi di (r)innovare il linguaggio, dunque ecco che al bellissimo bianco e nero, al suono filtrato e ovattato e allo stile da finta pellicola, Fincher aggiunge un contenuto incredibilmente attuale, a dimostrazione che poco è cambiato dal cinema americano degli anni ’40.

Mank recensione

Niente glorie o agiografie tediose, Mank si aggira ubriaco per il tavolo con dirigenti e produttori vomitando tutto il suo dolore, trovando conforto solo nel suo letto, vero e proprio ufficio, dove bere fino alla sfinimento e dettare parole illuminanti, rispettando tempistiche di consegna e cercando di piazzare qualche altra sceneggiatura nel circuito.

Dall’uomo che faceva tutto questo solo per i soldi, alla presa di coscienza di aver creato un copione bellissimo – e in tarda età – Mank comincia a combattere per quel lavoro, quella sceneggiatura, quegli ideali. Proprio gli stessi che decennio dopo decennio sono stati letteralmente massacrati da una politica incombente e dai organi di stampa e media sempre più ingombranti.

Se in Quarto Potere è presente quanto di più ha inferto sofferenza a Mank, questo film celebra l’uomo senza troppe esaltazioni, chino sulle ginocchia a vomitare parole e non solo.

Gabriele Barducci