L’anomalia Let Them All Talk. In crociera con Soderbergh

L’anomalia Let Them All Talk. In crociera con Soderbergh

December 23, 2020 0 By Simone Tarditi

La saggistica ha già consegnato ai posteri il miglior contributo sull’argomento crocieristico, Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace. E sebbene non sempre di crociera si possa parlare, di sicuro non per Let Them All Talk, il cinema ha spesso trattato di viaggi in mare coccolati dal comfort extralusso della prima classe. Pellicole immortali come Gli uomini preferiscono le bionde (1953) di Howard Hawks o Luna di fiele (1992) di Roman Polanski sono l’esempio di come tale tema sia sempre accompagnato da un altro, principale, ossia quello del cambiamento, della rivelazione, della scoperta. Percorrendo distanze siderali lungo le onde, i protagonisti si trasformano al punto tale da quasi non riconoscersi più una volta sbarcati a terra. Mutamento acquoreo. Nel meglio o nel peggio.

Qui, Meryl Streep interpreta una scrittrice di fiction già portata in auge dal mondo intero, la quale decide di andare in Inghilterra via nave per ritirare un prestigioso premio conferitole. Lo fa sconfiggendo le sue stesse ritrosie iniziali circa lo spostarsi da un capo all’altro del pianeta, per lei una vera e propria fobia. Si fa forza portandosi con sé due coetanee amiche di sempre e il nipote prediletto. Durante il viaggio si susseguiranno incontri, litigi, azzardi, giochi di ruolo, mascherate. Succederà tutto e non succederà niente.

È un Soderbergh anomalo quello di Let Them All Talk perché gioca al ribasso: dove potrebbe spingere di più sui misteri dei personaggi, chiarifica ogni cosa; dove ci si aspetterebbe un susseguirsi di vicende a incastro, vengono invece demolite le impalcature narrative che compongono la vicenda, col risultato che essa viene denudata, spogliata di tutto; dove noi si fa un sorriso, i personaggi lacrimano, mentre quando essi fanno di tutto per apparire spensierati ci sembrano tutt’altro che liberi. L’anomalia di Let Them All Talk, a voler paragonare l’opera col pregresso della spettacolare carriera di Steven Soderbergh, è però soprattutto un’altra. La retorica del film -mai pesante, sia ben inteso- è l’elemento che accompagna gli spettatori dall’inizio alla fine continuamente.

Tra una vodka soda e una margarita, una partita a Monopoli e una a Scarabeo, Let Them All Talk torna spesso sul medesimo argomento, quello del divario generazionale che c’è nelle modalità con cui ci si approccia, ora, alla vita. I giovani ci vengono mostrati privi di ogni concezione temporale, quasi il pensare al passato fosse un handicap nel quale non vogliono incappare, e, al contrario, le anziane protagoniste ricercano i ricordi (propri e altrui) per trovare un conforto, un punto d’appoggio su cui avvolgere le esistenze. La macro-differenza tra uno schieramento e l’altro è dato dalla comunicazione tra simili. È irrimediabilmente cambiata, vero, ma attraverso a essa son cambiati anche gli esseri umani o son rimasti quelli di sempre? La trasformazione degli umani ha coinvolto anche desideri e pulsioni oppure no? Il film invita a riflettere su ciò. D’altronde, come viene detto a un certo punto, al giorno d’oggi si fa fatica a distinguere l’età delle persone tanto ormai tendono a somigliarsi superata una soglia d’età. A guardare Let Them All Talk, la reale differenza tra chi ha più primavere e chi ne ha meno sta nella forma del corpo, non tanto nel numero delle rughe o delle cazzate fatte.

Simone Tarditi
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