Appunti sparsi su Fran Lebowitz (e Martin Scorsese)

Appunti sparsi su Fran Lebowitz (e Martin Scorsese)

February 7, 2021 0 By Simone Tarditi

Fran Lebowitz, che in Pretend It’s a City si autoproclama cicerona di una New York anti-turistica, è il tipo di donna cucitasi addosso un personaggio irresistibile e insopportabile. È sagace, spiritosa, illuminante e col 90% delle cose che dice si può essere d’accordo. È però anche eccessivamente critica, rancorosa e avvelenata nei confronti della società che la circonda. Odia il progresso, non ha un pc, un telefono, un iPad, ma se, putacaso, non riesce a trovare un libro da Strand o Argosy, chiede a qualche amico il favore di comprarglielo su Amazon. Dice di detestare il denaro, ma non le cose che con esso ci può comprare. Non sopporta la quasi totalità della gente, eppure è uno dei volti onnipresenti agli eventi mondani newyorkesi. Insomma, nell’ultimo progetto Netflix firmato da Martin Scorsese abbiamo di fronte una carismatica settantenne la quale demiurgicamente c’informa, come se i suoi fossero oracoli, su cosa sia e dovrebbe essere il post-Novecento americano, ossia la pietra di paragone per il presente e il futuro del mondo.

Illustrare intrattenendo. Ecco quel che si prefigge Pretend It’s a City. Un segmentato cammino di tre ore, con gli occhi fissi ai marciapiedi (e i tesori che contengono) piuttosto che il naso su, verso l’alto, a scrutare le forme dei grattacieli. Fran Lebowitz, che più di tanto non ha cambiato il proprio look nell’arco dei decenni (ottima tattica per apparire solo relativamente invecchiata), ha inasprito la sua posizione, il suo credo, nei confronti di tutto quello che rifiuta. Usi e costumi sono sviscerati trasversalmente: dall’uso delle sigarette elettroniche ai jet privati che, no, non andrebbero condivisi con gli amici; dal disinteresse per l’andare nello spazio a quello per i mosaici raffiguranti cani nelle stazioni della metropolitana; dalle aste per i quadri (si applaude il loro valore economico, non quello artistico) alla marijuana commestibile; dai combattimenti tra galli alla boxe. L’aneddoto sull’orso nella sesta puntata è forse la punta più alta delle capacità oratorie di Fran Lebowitz.

Interessante è anche la gestione che ha di se stesso Scorsese all’interno di questo lavoro per il piccolo schermo. Non compare tanto quanto Fran di fronte alla cinepresa, ma è un co-protagonista assoluto. La sua risata asmatica è un contrappunto sonoro imprescindibile all’umorismo tagliente e sega-ossa della Lebowitz. Un umorismo ebraico che attinge al calderone magico da cui si son serviti anche Don Rickles (attore in Casinò, omaggiato poi anche in The Irishman per pochi istanti), Woody Allen (che con Scorsese ha collaborato per New York Stories, ma qui lo si rievoca attraverso i caratteri grafici dei titoli di testa), o quell’inetto pagliaccio di Rupert Pupkin in Re per una notte. Non mancano tuttavia anche le citazioni, per immagini o riferimenti, ad alcuni titoli da lui diretti: Fuori Orario, L’età dell’innocenza, o l’ancora inedito documentario sui New York Dolls (negli anni ’40 la RKO inseriva nei suoi film locandine o marquee pubblicizzanti pellicole in uscita, oggi le piattaforme in streaming più forti paiono fare qualcosa di molto simile inserendo clip di prodotti X in altri prodotti Y, andando così oltre al concetto di marketing subliminale).

Pretend It’s a City è una mini-docuserie che implora per essere vista tutta di fila lungo le sue sette puntate da 25min circa l’una. Meglio se in un weekend di pioggia, senza che interferiscano le distrazioni di un mondo reale che inebetito avverte il bisogno di risvegliarsi dal secondo lockdown. In attesa di una seconda stagione?

Simone Tarditi
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