Il politicamente coerente Rifkin’s Festival di Woody Allen

Il politicamente coerente Rifkin’s Festival di Woody Allen

May 20, 2021 0 By Simone Tarditi

Partendo dal fondo, quella battuta che sigilla Rifkin’s Festival e che vede il protagonista domandare a uno psicanalista interpretazioni sulle sue ultime esperienze di vita non si allontana molto dal finale di Lamento di Portnoy, seminale (in tutti i sensi) romanzo di Philip Roth, che per il lettore si conclude con la consapevolezza di aver rivissuto nei panni di un silente terapista tutta l’esistenza del personaggio che dà il titolo al libro attraverso un lungo e solipsistico monologo interiore. Perché la psicanalisi è questo: un gran silenzio pagato a caro prezzo.

Eppure, è per mezzo di quella modalità di racconto di se stessi che possono venir portati alla luce gli elementi necessari per dare un senso alla vita come somma di esperienze, come racconto di ciò che (si) è passato. Superati i settant’anni e di fronte a ben più perplessità che certezze, per Rifkin è giunto il momento di fare i conti con chi è diventato, su cosa voglia dal futuro, ma soprattutto su cosa rimanga delle vecchie passioni avute e se ci sia spazio per delle nuove. Che sia il cinema, l’arte in altre forme, una relazione carnale o una platonica, un viaggio, Rifkin’s Festival insegna che l’amore spesso non è un accadimento, bensì un bisogno, qualcosa che si vuole e a cui si aspira.

Ennesimo alter ego di Woody Allen (uguali panni, cuciti e vestiti), Rifkin, un “borghesuccio ebreo del Bronx” (cit.), non è tuttavia un concentrato di nevrosi, quanto di disillusioni come testimoniato dalle sue elucubrazioni su quanto i festival di cinema non siano più quelli di una volta perché i film non sono più quelli di una volta, oppure dalle logiche su un difficilmente realizzabile connubio tra opera artistica e opera commerciale, dal rapporto tra sogni e reflussi, e tra impotenza e virilità, queste ultime come facce di una stessa medaglia ossia quella della condizione maschile.

Via via che procede la narrazione, vediamo Rifkin farsi spettatore di se stesso, proiezione materializzata di un individuo anziano che, in un mondo a lui sempre più alieno, può solo scivolare da una condizione a un’altra, conscio che tra desideri ed errori non c’è parete divisoria. Un po’ come tra la sfera del fantastico e la verità, se si è disposti a stare in equilibrio tra le due.

Non sarà l’ultimo film di Allen – meglio augurarsi che in Europa ci siano fino alla fine dei suoi giorni delle case di produzione pronte ad accoglierlo – ma, se anche dovesse esserlo, Rifkin’s Festival rimane un degno saluto al cinema, alla magia della finzione, all’irrealtà, alle immagini della memoria. Hasta luego, Woody. Sperando tu possa tornare a Parigi per quel nuovo lungometraggio che hai in mente.

Simone Tarditi
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