La traversata nel vuoto: Man on Wire – Un uomo tra le Torri

La traversata nel vuoto: Man on Wire – Un uomo tra le Torri

May 24, 2021 0 By Mariangela Martelli

È il 6 Agosto 1974 quando il funambolo francese, Philippe Petit passeggia come sospeso da una parte all’altra delle Twin Towers a NY. L’evento performativo è il nucleo del documentario Man on Wire – Un uomo tra le Torri, realizzato da James Marsh nel 2008. Il film, presentato al Sundance Film Festival del 2008 ha ricevuto molti riconoscimenti, tra cui l’Oscar come miglior documentario. Il regista, partendo dal memoir di Petit To Reach the Clouds, 2002 (in Italia Toccare le nuvole, edito da Ponte alle Grazie, 2003 e da Tea, 2006) ricostruisce le vicende che gravitano intorno alla performance.

Il montaggio articola il film in tempi diversi, alternando le immagini di repertorio in b&n ai filmati a colori delle interviste, in cui Petit e compagni, da angolature diverse, arricchiscono la vicenda con aneddoti. Interessante come la storia delle Torri Gemelle si intrecci con quella personale dell’artista: il 17enne Petit vede per la prima volta il progetto su un giornale, nella sala d’attesa del dentista. Sebbene gli edifici non siano ancora costruiti, il protagonista esprime subito la volontà di percorrerli “a modo suo”, un giorno. Petit è un funambolo autodidatta: ha iniziato a camminare sulla fune per crearsi uno spazio tutto per sé, all’interno di una rigida educazione familiare. La disciplina del corpo è la costante che traspare negli spezzoni dei filmati dei suoi allenamenti, avvenuti in mezzo a un grande prato. Alla concentrazione solitaria si aggiunge anche l’elemento del gioco, durante i momenti di svago condivisi con gli amici e la compagna d’epoca, Annie. Quest’ultimi diventano i complici ideali che permettono a Petit di realizzare le prime performance davanti a un pubblico. Le due tappe che preannunciano l’evento nordamericano sono quelle di Parigi (Notre Dame, 1971) e di Sydney (l’Harbour Bridge, 1973). In entrambe abbiamo una sorta di training che permette al funambolo di aumentare, di volta in volta, la soglia della difficoltà; inoltre, gli eventi attirano l’attenzione dei passanti e sono puntualmente interrotti dalla polizia.

La performance al World Trade Center ha richiesto, a Petit, un intenso allenamento fisico e un’attenta strategia per eludere ogni tipo di sorveglianza. Nella consapevolezza di correre un rischio fatale e nell’impossibilità di dominare gli eventi al 100%, Petit e compagni tentano di controllare la situazione il più possibile: inizia una lunga serie di sopralluoghi (con diversi viaggi transatlantici a/r) per conoscere gli spazi interni ed esterni ai due grattacieli. Dall’elicottero affittato, agli appostamenti h24 per monitorare i flussi delle persone, passando per i momenti di pausa dei dipendenti. L’imprevisto capitato al protagonista, dell’infortunio al piede, si rivela una preziosa opportunità: le persone, nel vederlo in stampelle, lo aiutano a entrare negli spazi, senza curarsi troppo né della sua identità, né nella sua presenza. Altro escamotage è farsi credere degli accreditati di una rivista di urbanistica francese, per intervistare gli operai al cantiere. Petit, nei panni del giornalista, accompagnato da due amici “fotografi”, si dota dell’alibi perfetto. Gli scatti ai lavoratori sul tetto sono un pretesto per studiare pali e punti di ancoraggio, fondamentali per la buona riuscita della missione. Le raffiche di vento che soffiano dall’alto dei 415 metri (per 110 piani) rappresentano un ostacolo da aggirare per riuscire a tendere i 61 metri di fune d’acciaio.

Il Petit contemporaneo, accanto ai modellini in scala delle torri, ci mostra il loro posizionamento obliquo, l’un l’altra. Per evitare l’oscillazione e la torsione del cavo, vengono aggiunti due cavalletti (la fune-guida, usata per le attività circensi) posizionati in modo perpendicolare rispetto all’asse del cavo e saldati tramite un ancoraggio asimmetrico. Il documentario prosegue: le fasi organizzative scandiscono il senso di attesa e di tensione che culmina il giorno dell’evento. L’atmosfera leggera e rilassata degli esercizi preparatori (accompagnata dai brani di Michael Nyman) sembra svanita: sorgono i primi conflitti con alcuni compagni che, non volendo mettere a repentaglio la vita dell’amico, abbandonano il gioco. Petit trova dei sostituiti nei due americani, Donald e Alan-Albert, che si mostrano disponibili ad aiutarlo. Neanche il primo fallimento della performance (del 30 maggio 1974) distoglie il protagonista dall’intento: la compagnia ritenta, armata di carte identificative false. Petit e un amico, tramite un montacarichi, raggiungono una vetta, mentre gli altri complici, dall’altra torre, hanno il compito di tirare il cavo con l’arco, come da copione. Il segnale di Petit però, tarda ad arrivare: si è messo a “giocare” a guardia e ladri con un sorvegliante e trascorre le successive tre ore nascosto sotto una coperta, insieme all’amico.

Petit appare spavaldo e sicuro di sé ma la sua è una facciata per esorcizzare la paura della morte. Il protagonista riesce a dominare il vuoto sotto di sé, calandosi in uno stato di concentrazione totale: i virtuosismi eseguiti sono una danza al limite della vertigine. Nelle interviste contenute nel documentario, gli amici presenti tra il pubblico di passanti rievocano l’esperienza dell’evento: la magia inizia non appena Petit mette il piede sul filo, lasciando tutti con il fiato sospeso. Ma l’incantesimo si spezza con l’intervento dell’autorità, accolta da Petit come un’ulteriore sfida. L’artista, infatti, non interrompe subito il flusso della performance, ma fa letteralmente avanti e indietro tra le due torri, per un totale di 8 volte. Terminato l’evento, Petit e complici vengono arrestati con l’accusa di violazione di proprietà privata e disturbo della quiete pubblica, il tutto sempre sotto lo sguardo del pubblico. L’artista è inoltre sottoposto a perizia psichiatrica, ma giudicato capace di intendere e di volere. Il procuratore cerca di scendere a patti, proponendogli un compromesso per la scarcerazione. Il capo distrettuale, conscio della voglia di divertimento e spettacolo continuo da offrire al pubblico è disposto a ritirare la denuncia se Petit accetta di esibirsi in innocui numeri di prestigio, davanti alle telecamere. Un tentativo di ricondurre all’ordine una performance giudicata “socialmente pericolosa” ma anche di riconoscere l’inevitabile popolarità che l’evento stesso ha donato a Petit. L’artista accetta, pronto a interpretare il ruolo di star: inizia una nuova vita densa di opportunità, ma a prezzo della rottura con alcuni legami del passato (con la compagna Annie e l’amico Jean).

Philippe Petit arresto film documentario

Da una parte all’altra delle Twin Towers

Riprendendo l’ultima categoria del gioco, Ilinx, individuata dal teorico francese Roger Caillois, possiamo “leggere” la camminata di Petit come una vertigine che disorienta, una dinamica originata dal caos. L’artista accetta la sfida con la morte ma la profonda autodisciplina, mostrata nella performance, è solamente la punta dell’iceberg. Il flusso in cui è immerso per tutto il tempo (sospeso) dell’evento, ci restituisce una figura tanto poetica quanto effimera, un corpo spogliato dalle fatiche degli allenamenti. Ricordiamo, inoltre, che la performance nasce dalla fusione creativa tra la sua efficacia e intrattenimento: Petit dà forma a un’azione che incanta e che desta meraviglia nel pubblico che osserva. I passanti assistono a un evento improvviso e si trasformano in spettatori: il loro ruolo, necessario all’esistenza della performance stessa, instaura il processo di reciproco scambio con l’artista, oltre alle interazioni tra coloro che sono rimasti “con i piedi per terra e il naso all’insù”. Come raccontano alcuni testimoni, nelle interviste, ognuno vive l’esperienza in modo diverso: alcuni si coprono il volto con le mani, nel timore di un passo fatale durante questo dark play; altri, invece, guardano con curiosità e/o eccitazione, magari identificandosi con l’artista.

L’atto performativo è denso di significati: dallo strato superficiale di sfida all’autorità, con cui sono state interpretate molte delle perfomance degli anni ’70; a un livello profondo legato al concetto dell’Inbetweeness, ovvero dell’essere tra dell’artista che, dall’alto della fune, si trova ad abitare un stato marginale. Elemento interstiziale declinato, secondo Richard Schechner verso il lato del liminoide: il teorico di Performance Studies, individua nell’attraversamento volontario della soglia da parte di colui che la esegue, gli elementi della libertà e gratuità che sono alla base del gioco che nasce spontaneo, a differenza dell’obbligatorietà (e sacralità) del rito, in cui l’andare oltre il liminale implica una trasformazione di status da colui che lo attraversa. Il fare come se del gioco avvia il processo creativo della performance, che trova sviluppo nel continuum tra i due poli opposti della Paidia e del Ludus. Il lato fanciullesco, di libertà caotica e privo di vincoli si unisce al lato dell’ordine, di una struttura sorretta da regole. Quest’ultimo aspetto riguarda la pianificazione totale dell’evento da parte di Petit: dalla strategia organizzativa, alle tecniche del corpo. L’azione del camminare è uno dei tanti gesti della vita quotidiana che il funambolo seleziona e ripristina, donando alla performance quell’unicità che la fa essere ogni volta diversa. Il performer realizza, così, la dinamica dei Twice Behave Behavious: nel selezionare i movimenti dal proprio bagaglio personale, l’artista ri-compone i comportamenti incorporati, in una sorta di montaggio.

L’evento diventa apertura verso la creazione di più mondi possibili. Il filo teso tra i due grattacieli è anche il ponte metaforico che unisce lo spettacolo alla vita quotidiana, ma anche il presente al passato. Sono proprio le Twin Towers a marcare la distanza tra lo spettatore contemporaneo del documentario e la performance. Una distanza spazio-temporale che ritroviamo anche nel documentario: tra il Qui e Ora dell’evento (6 Agosto 1974) e l’Altrove e l’Allora (il tempo sospeso dell’attraversamento). La presenza fisica dei due grattacieli è anche ciò che distingue l’opera di Marsh dal film di Robert Zemeckis, The Walk (2015) in cui l’assenza dell’oggetto-torre viene rimpiazzata dal suo simulacro, attraverso l’utilizzo della tecnologia digitale.

Bibliografia: R. Caillois, I giochi e gli uomini – La maschera e la vertigine, Ed. Bompiani, Milano 2019.

  1. Schechner, Performance studies: An Introduction, Ed. Routledge, London 2013.