Salinger e Tolkien: due casi di biopic letterari

Salinger e Tolkien: due casi di biopic letterari

June 10, 2021 0 By Simone Tarditi

A metà del secolo scorso non avrebbe fatto impressione vedere un divo del cinema interpretare a distanza di pochissimo tempo due vere persone in altrettanti biopic. È il caso di James Stewart che nel ’55 veste i panni del musicista Glenn Miller e due anni dopo quelli dell’aviatore Charles Lindbergh, o di Marlon Brando che nel triennio ’52-’54 diventa, in ordine, il rivoluzionario Emiliano Zapata, il dittatore Giulio Cesare e l’imperatore Napoleone Bonaparte. Con buona pace degli storici, i film biografici hanno suscitato nel pubblico di allora e di oggi le medesime dinamiche delle opere di finzione, innescandosi in entrambe le situazioni il meccanismo basilare del cinema: la sospensione dell’incredulità.

Se i biopic vanno ancora forti, vero è anche che di due recenti non si è quasi parlato, nonostante vedano entrambi come attore di punta il britannico Nicholas Hoult. Rebel in the Rye ripercorre alcuni anni della vita di J. D. Salinger, dai primi passi nel mondo della scrittura, carburati dall’insofferenza per ciò che lo circonda, fino al successo al di là di ogni possibile aspettativa che raggiunge con il romanzo Il giovane Holden. Nel mezzo: la delusione amorosa per una ragazza dell’alta società, Oona, che finisce con lo sposare Charlie Chaplin, gli effetti dell’aver combattuto durante la seconda guerra mondiale, la difficoltà nel lottare con se stesso e i suoi limiti nello scrivere. Il budget del film è quello di una produzione media e la narrazione è solida, lineare, in crescendo, senza cali. Commercialmente è un flop. Dopo essere passato al Sundance a gennaio 2017, Rebel in the Rye rimane in un limbo di placenta distributiva e torna a mostrarsi solo a settembre con qualche uscita negli Stati Uniti. A ottobre inizia il processo di demolizione della figura di Kevin Spacey con una serie di accuse di molestie e il film, con lui, via via sparisce dalle sale. Il titolo stesso, chiaro riferimento al romanzo con cui ormai s’identifica Salinger, può confondere e non ha lo stesso appeal di un qualcosa di più semplice e immediato, soprattutto al di fuori degli Stati Uniti. Quanti senza leggere la trama possono immediatamente pensare allo scrittore americano? Probabilmente pochi. Il film incassa globalmente neanche un milione di dollari, cioè nulla nelle logiche di Hollywood. Quando ha ormai smesso di far parlare quel poco di sé, Rebel in the Rye termina la sua corsa con una release home video. E anche raggiunto un pubblico più vasto, quello nelle case, continua a suscitare poco entusiasmo. Un po’ è un peccato.

Anche Rebel in the Rye appartiene a quella lunga tradizione di pellicole biografiche in bilico tra agiografia e operazioni col solo fine di ridestare interesse verso qualcosa di morto in parallelo alla ripubblicazione di talune opere? Non sembrerebbe: il mito di Salinger non è mai svanito nel corso dei decenni. Piuttosto si tratta di un film troppo “classico” per appagare il gusto degli spettatori odierni, eppure è proprio quella la sua forza. In Rebel in the Rye si assiste a un’evoluzione di un’artista che, per tradizionale costruzione drammaturgica, si compie sia sul piano personale che su quello professionale. La scrittura come sfogo, l’importanza di un mentore che è anche però una figura paterna (il personaggio di Spacey), le esperienze belliche, il senso di un tradimento costante da parte di chi è più vicino, la fermezza nelle proprie decisioni anche se comportano svantaggi economici (si veda quando J. D. Salinger / Nicholas Hoult, poco prima di annunciare il ritiro dal mondo dell’editoria, s’impone per far sì che dal suo libro mai venga tratto un adattamento cinematografico), sono tutti momenti chiave nel percorso di un uomo che al contempo si realizza e si allontana da se stesso, pur tuttavia scoprendo una versione di sé inedita e con cui deve convivere.

Caso diverso, ma fino a un certo punto, è quello di Tolkien (2019), sempre con protagonista Hoult, qui con i suoi occhi azzurri e senza le lenti a contatto marroni richieste per interpretare Salinger. Più riuscito e di maggiori incassi al botteghino, Tolkien narra l’infanzia e la gioventù del futuro autore di orchi, cavalieri, nani ed elfi. Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit non vengono trattati che lontanamente, perché sul piano temporale essi si collocano ancora in una fase embrionale, ma l’attenzione della trama è tutta focalizzata su come Tolkien arrivi a essere Tolkien, da orfano bisognoso di un’educazione scolastica a genio della linguistica, passando per i traumi sul fronte francese nel 1916. Ancora una guerra come in Rebel in the Rye, ancora lande desolate e ancora di campi di battaglia per modellare l’immaginario di giovani uomini spediti al macello, lontani da casa, abbandonati al proprio destino. Senza aver osservato, respirato, tastato la morte da vicino, Tolkien e Salinger avrebbero potuto scrivere pagine così importanti per la letteratura mondiale? I due film offrono la loro risposta, che in un caso e nell’altro non è la stessa.

Simone Tarditi
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