Appunti sparsi per At Berkeley di Frederick Wiseman

Appunti sparsi per At Berkeley di Frederick Wiseman

July 1, 2021 0 By Simone Tarditi

Cosa rende la UC Berkeley la migliore università californiana? L’essere la più antica? L’aver ospitato studenti rivelatisi dei geni e dei docenti premi Nobel? Tutte caratteristiche intrinseche, dati di fatto, ma la sua importanza è data dall’essere diversa da tutte le altre. Frederick Wiseman fa dentro e fuori la struttura, ne percorre i viali e i corridoi, perlustra ogni angolo alla ricerca di qualche preziosa informazione, si mimetizza tra le pareti delle aule dove avvengono le lezioni o nelle stanze dove si organizzano le riunioni del corpus accademico. Come da tradizione, quello del documentario è un lungo viaggio: quattro ore e quattro minuti, ma il tempo vola se ci si lascia trasportare dall’anziano e saggio maestro.

At Berkeley se mostrasse pedantemente quanto siano superiori le istituzioni statunitensi rispetto al resto del mondo, nell’arco di neanche mezzora farebbe perdere l’interesse nei confronti della materia trattata. Frederick Wiseman ha la capacità, e lo si evince dal montaggio (da lui curato) che impiega da un progetto all’altro, di far uso delle parole pronunciate dagli altri in maniera tale che non ci sia mai un’esaltazione, bensì una coscienza delle problematiche e delle possibili soluzioni per arginarle e al contempo progredire, rafforzare ciò che si ha costruito. All’interno dell’università californiana si parla di soldi che diminuiscono e di fondi che vanno cercati, di obiettivi e innovazione. Quella che si sente è una riflessione continua, eruttata di bocca in bocca attraverso flussi vocali, su ciò che è successo, quel che sta avvenendo, quel che capiterà. Una delle poche costanti è costituita da una elementare constatazione: l’eccellenza, qui e altrove, è data dai suoi docenti.

Quella degli studenti del nuovo millennio è una generazione grata di essere americana e in debito nei confronti di un paese che offre così tanto, ma non gratuitamente. L’essere in debito “morale” non è la stessa cosa dell’essere materialmente indebitati per poter accedere a cotanta istruzione, però è anche vero che dopo una laurea alla Berkeley è talmente sicuro trovare un lavoro che con i primi stipendi si possono pagare i debiti contratti per gli studi. Questa è l’America, nazione simbolo della cultura del “produrre”.

Una volta dentro al sistema, il prezzo da pagare lo si accetta. Quella è anche la prima generazione che s’interessa della povertà, a tamponarla col sostegno individuale e comunitario, invece che semplicemente accettarla. Come naturale conseguenza (o presupposto, a seconda dei punti di vista), anche il razzismo è -almeno in superficie- debellato come la poliomielite nel 1994. In un contesto come quello di Berkeley semplicemente il razzismo non può attecchire. Non esiste tra i giovani e neppure nelle retrovie dove vengono prese le decisioni generali. Per scongiurare stagnanti pensieri di superiorità non sono solo necessari i libri e tutto ciò che rappresenti erudizione, ma anche il non rimanere fermi, il movimento. All’interno del perimetro universitario non si sta mai fermi e quando lo si fa è perché c’è una lezione. In quei casi, il corpo è fermo e il cervello è in piena funzione. Tutti si muovono su bicilette, golf car, ma soprattutto a piedi. Quando stanno seduti hanno sempre un libro in mano o un computer su cui poggiano lo sguardo. Non sembra esistere l’ozio tranne quando ci si arrende alla stanchezza e ci si butta sul prato per prendere il sole (o per limonare, attività fondamentale tanto quanto le altre).

Il percorso che Frederick Wiseman compie con At Berkeley è quello dell’indagine vigile, ma senza preconcetti, senza apparenti fili logici perché ogni cosa è già al suo posto così anche se può non sembrarlo. Si passa dalle lezioni su Primo Levi a quelle di entomologia, dagli scheletri di T-Rex alle lattine rigorosamente di Diet Coke, dai mercatini solidali con tanto di parrucche rosse in vendita (come quelle di Crazy Horse, la precedente opera del regista) ai seminari per la terza età. Le lavagne sono sempre piene di appunti, numeri, nomi, mai pulite o completamente vuote. Nella sezione della robotica si realizzano intelligenze artificiali che soppianteranno gli umani non prima di averli privati del loro lavoro, ma allo stesso tempo si creano cibernetiche imbragature in metallo che prendono controllo delle informazioni che il cervello di un invalido non sa come recepire, gestire, assorbire e infine le decodifica sotto forma di risposta motoria rispetto agli stimoli che ha ricevuto. La fantascienza è diventata realtà, non ci si stupisce neanche più. Come non stupisce neanche più quanto sia importante l’attività di Frederick Wiseman per capire un po’ di questo mondo senza mai risultare pesante.

At Berkeley Wiseman recensione

Simone Tarditi
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