Spaccapietre dei fratelli De Serio: con gli occhi di un bambino

Spaccapietre dei fratelli De Serio: con gli occhi di un bambino

July 30, 2021 0 By Simone Tarditi

Di Spaccapietre rimarranno nel tempo gli abbracci tra padre e figlio, condividenti il dolore del lutto e l’assenza della donna che li ha uniti. Madre di uno, moglie dell’altro, la donna muore sul luogo di lavoro, esalando veleno sparso sulla vegetazione. Nessuna assicurazione, nessuna tutela. Sepolta in fretta e senza tante spiegazioni in un cimitero, l’orfano e il vedovo (che da quel momento in avanti porterà al dito entrambe le fedi nuziali) lasciano la loro casa e si fanno assumere come manovalanza per gli stessi uomini presso cui ella lavorava.

Percepito, almeno dalla stampa, come un veicolo per futuri ruoli alternativi alle narrazioni criminali per il piccolo schermo, Spaccapietre offre, sì, un “inedito” Salvatore Esposito, ma a ben vedere è il piccolo Samuele Carrino l’attore a tenere in piedi tutto il film e a guidare lo spettatore all’interno di una storia degli orrori italiana. Alla maniera di molto cinema neorealista, anche qui a un bambino è affidato il compito di rendere il film memorabile.

Almeno un paio i motivi. Il primo: per i comportamenti assunti, il vero adulto dei due si dimostra il figlio, che si prende cura del padre medicandogli l’occhio e raccontandogli storie, ma anche andando alla ricerca di verità che invece il genitore ha paura di scoprire. Il secondo invece è riferito alla proiezione che di sé ha il giovane protagonista: il sogno di diventare un archeologo si traduce con un’instancabile curiosità data dalla voglia di portare alla luce quel che non conosce, d’intravedere la possibilità di un fossile in una vecchia conchiglia sepolta o in una roccia qualsiasi, di avere come compagni di gioco dei dinosauri di plastica che sono anche oggetti di studio. In pratica, è un ragazzino risoluto nelle sue passioni e già solo per questo ha buone chance di avere un futuro diverso da quello paterno, benché, nell’immediato, entrambi debbano condividere il medesimo destino. La scrittura dei De Serio non va quindi giudicata puerile in quanto banale, ma in quanto legata alla sfera della fanciullezza: il mondo di Spaccapietre è filtrato da questo punto di vista, lo si capisce fin dai primi fotogrammi con la soggettiva capovolta del protagonista che osserva la madre costretta ad andare a lavorare nel buio della notte.

Senza l’innocenza della tenera età, le mostruosità in cui il bambino s’imbatte sarebbero atroci. Uomini ammassati su camion come se fossero capi di bestiame. Uno schiavista che ruba reperti archeologici e prega Dio. L’occultamento di un cadavere carbonizzato e un cane con più onorevole sepoltura. L’occhio guercio del padre. L’intossicamento da antiparassitario. Tendopoli, baraccopoli, terre di nessuno. Salari da fame e oboli da pagare al padrone. Un carro funebre in spiaggia. Un film come Spaccapietre scuote la coscienza perché lo schifo ritratto va oltre il verisimile: è realtà. Il caporalato, con le sue logiche di potere e sottomissione, è un sistema conosciuto e sopportato perché rendere “economicamente sostenibili” le filiere alimentari. Senza lo sfruttamento (non sindacalizzato) della manodopera, come potrebbe permettersi la classe media e bassa certi prodotti? La denuncia dei De Serio non scade mai nella retorica fine a se stessa e il film, imbastendo un discorso sotterraneo che sfiora anche la reincarnazione delle anime, procede fino alla fine in un tragico e liberatorio crescendo.

Simone Tarditi
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