The Village Detective di Bill Morrison: immagini sepolte nell’abisso del tempo

The Village Detective di Bill Morrison: immagini sepolte nell’abisso del tempo

August 5, 2021 0 By Mariangela Martelli

The Village Detective: a song cycle (2021) è il nuovo lavoro di Bill Morrison, presentato alla 35esima edizione de Il Cinema Ritrovato di Bologna, nella sezione documenti e documentari. Lo spettatore, fin dalle immagini in apertura, viene immerso in un’atmosfera fluttuante, sospesa, ovattata. Siamo nelle profondità oceaniche, luogo in cui nel 2016 è stata recuperata una tanica contenente 4 rulli del film sovietico Derevenskij Detektiv (1969) di Ivan Vladimirovič Lukinskij. La scoperta è avvenuta casualmente: i rulli sono rimasti impigliati nella rete di un pescatore, poco distante dalla costa occidentale dell’Islanda. L’aspetto di archeologia cinematografica è il filo rosso che lega il nuovo documentario di Morrison a Dawson City Frozen Time (2016), in cui le pellicole rimaste interrate nella vecchia piscina comunale per decenni, sono state riportate alla luce a seguito dei lavori di ristrutturazione della palestra nella cittadina canadese. Le sequenze riemerse in The Village Detective sono ben conservate, in quanto la pellicola è rimasta custodita in questa specie di “scrigno” a tenuta stagna per mezzo secolo. Il mantenimento della temperatura, la protezione dagli agenti esterni e l’isolamento non hanno alterato più di tanto la pellicola: sono minimi i segni lasciati dal tempo. Nello stesso anno dell’uscita di Dawson City, il regista è stato contattato dall’amico Jóhann Jóhannsson, riguardo la storia di questo strano ritrovamento negli abissi dell’Atlantico, vicino al bordo che divide geologicamente la placca occidentale da quella orientale (divisione che compare nella mappa del Tg dell’epoca, inserito nell’incipit). Ricordiamo che il compositore islandese, oltre ad aver realizzato le colonne musicali nei precedenti lavori di Morrison, ha collaborato anche con altri registi, quali Villeneuve e Aronofsky.

Iniziano le ricerche che portano Morrison a mettersi in contatto con varie persone sparse tra i continenti: dall’Islanda, dove ha intervistato il pescatore Gisly Gylfason e l’archivista Erlendur Sveinsson, alla Russia dove il curatore Peter Bagrov, dell’archivio di Mosca, gli ha fornito un prezioso focus sulla filmografia di Michail Ivanovič Žarov, l’attore protagonista nelle bobine ripescate. Dal momento che il film Derevenskij Detektiv è considerato né un film perduto né un capolavoro (in quanto si tratta di una pellicola popolare, conosciuta dai russi più anziani e ancora oggi trasmessa dalla tv), Morrison ha preferito concentrarsi sull’attore, sulla sua storia, tracciandone un ritratto che restituisse la lunga carriera teatrale e cinematografica. Žarov, infatti, ha attraversato la storia del XX secolo in Unione Sovietica, vivendo sulla propria pelle tutti i fermenti e le contraddizioni dell’epoca staliniana. Dopo aver iniziato a recitare sedicenne, diventa membro permanente del teatro di Meyerhold (1921-25). Nonostante dal ’25 arrivino i primi ruoli nel cinema muto, non abbandonerà mai la carriera teatrale: negli anni ’30, l’attore sovietico reciterà nella compagnia moscovita di Tairov. Tra i grandi nomi non poteva mancare quello di Ėjzenštejn: ne Ivan il terribile (1944) e nella seconda parte, della celebre trilogia incompiuta, La congiura dei boiardi (1948) Žarov veste i panni della guardia dello Zar. Interpretazione gradita al regime, con cui viene insignito per la seconda volta del Premio Stalin (la prima per il ruolo nel film sulle conquiste di Pietro “il grande”). Dopo i riconoscimenti e la gloria, la carriera di Žarov viene compromessa a seguito dell’arresto, nel 1952, del suocero, accusato ingiustamente di tradimento e di cospirazione contro la dittatura staliniana. L’attore subisce indirettamente le ripercussioni del cosiddetto “complotto dei medici” (una montatura giudiziaria costruita per intimidire gli intellettuali) per diversi anni, infatti, non viene assunto dai registi. L’isolamento e la disoccupazione forzata, l’atmosfera di sospetto e di repressione politica che Žarov si ritrova a vivere, si interrompe dopo 15 anni dalla morte del dittatore. L’attore ritorna su grande schermo, interpretando con successo il ruolo principale in una trilogia popolare da lui diretta.

Le immagini ci parlano. Il corpus di The village detective è composto dai frammenti e dalle sequenze delle copie delle pellicole in cui compare l’attore russo e che Morrison ha recuperato dagli archivi russi e non solo. Alcune parti, infatti, sono state selezionate dall’archivio di Bologna, il cui fondo vanta un’ampia sezione dedicata alle pellicole sovietiche. Come siamo già stati abituati dai lavori precedenti del regista, il recupero e la valorizzazione di found footage consiste nel donare un’altra vita ai vecchi film. Attraverso il processo di trasformazione che va dall’analogico al digitale, le pellicole abbandonate, archiviate e non più viste, ci vengono restituite sotto un’altra forma, ma ancora in grado di stupirci con un racconto fatto di immagini in movimento. La narrazione di The Village Detective, ruota attorno alla carriera dell’attore russo, dai suoi successi, alla caduta e al ritorno. Un ritratto d’artista collocato all’interno del contesto novecentesco in Unione Sovietica. Rimaniamo affascinati dai segni lasciati dal tempo, leggibili sulla superficie delle sequenze. Immagini evanescenti che si caricano di significati, la cui atmosfera lirica è amplificata dalla colonna musicale di David Lang: una sola fisarmonica accompagna le figure che appaiono e scompaiono, sui frammenti di pellicola. Verso la chiusura, l’apice del coinvolgimento audio-visivo si esaurisce e la sequenza delle immagini si distende. Siamo sott’acqua, ancora una volta, catturati in uno stato meditativo e ipnotico. Ricordiamo, inoltre, che Morrison, a seguito della tragica scomparsa dell’amico Jóhannsson, nel 2018, lascia che le immagini parlino da sé. Il risultato è quello di un flusso costante, come le onde del mare, che nel loop finale ci riporta all’inizio, restituendoci l’immagine circolare della bobina stessa, tesoro nascosto e custodito nel fondale oceanico. Rimangono la patina del tempo, depositata su un supporto fragile e la magia delle immagini sulla pellicola. La necessità di prendersi cura di un materiale delicato che porta impresso su di sé tutto un immaginario, un’infinità di storie possibili ancora da narrare.