Quella volta che, fallendo, John Wayne ci provò con Louise Brooks

Quella volta che, fallendo, John Wayne ci provò con Louise Brooks

November 8, 2021 0 By Simone Tarditi

Per un’attrice come Louise Brooks, che G. W. Pabst rese immortale facendola uccidere da Jack lo Squartatore e sopravvivere alla crudeltà di un riformatorio, finire la sua carriera nel mondo del cinema con un western di serie B non dev’essere sembrato strano quanto invece può apparire al cinefilo odierno. Dal nulla alla gloria per poi ritornare all’anonimato, questo il suo percorso? Fino a un certo punto. Dal ’26 al 28 recita in una manciata di film muti di cui alcuni diretti da illustri personalità di Hollywood quali Howard Hawks e William A. Wellman, poi la breve e gloriosa parentesi europea (tre film: i due di Pabst e Miss Europa di Augusto Genina), infine un declino sancito da scelte sbagliate, ruoli rifiutati, occasioni perse. Muore nel 1985 dopo una seconda parte di vita trascorsa a far altro, l’ultimo ruolo è quello in Overland Stage Raiders (1938).

Pellicola di routine prodotta dalla Republic, Overland Stage Raiders è uno di quei western che, implementando all’interno di sé elementi contemporanei, si contamina con il genere “d’avventura”. Non si ha quindi un’ambientazione d’epoca, bensì coeva al periodo d’uscita. Ecco che a venire assaltati sono aeroplani o bus, non diligenze trainate da cavalli. La posse capitanata da John Wayne porrà fine a una sequela di rocambolesche rapine a cui lo spettatore assiste lungo i cinquantacinque minuti di durata. C’è spazio anche per una specie di liaison tra Wayne (nei panni di Stony Brooke) e Beth Hoyt (il personaggio della Brooks), ma, velivoli a parte, essa non prende mai davvero il volo. E ciò non perché lui non ci provi abbastanza: dopo soli otto minuti Beth sta uscendo dal general store del paese stracarica di pacchi e subito le si affianca Stony, desideroso di approfondire quella conoscenza altrove. Lei, educatamente, glissa. Si ripete la medesima dinamica, ancora, più avanti, fuori da una stazione di polizia e in un campo aperto, appoggiati entrambi al medesimo tronco d’albero. Anche in questi casi, la donna non si dimostra totalmente indifferente, ma neanche così interessata. Non scocca l’amore, e neanche un bacio. Dall’esile psicologia tratteggiata per il personaggio di lei emerge una figura preoccupata, ligia al senso di responsabilità e protezione nei confronti del fratello (un ex detenuto). Insomma, pur provandoci più volte, John Wayne alias Stony Brooke fallisce nel conquistare Beth Hoyt alias Louise Brooks. Un ridimensionamento dell’ideale macho, ma soprattutto col senno di poi un riallineamento con altri ruoli interpretati dall’attrice: giovani donne a loro modo indipendenti, non facili, fedeli a se stesse, vittime creatrici del loro destino. La Brooks recita con convinzione, risultando credibile anche quando i dialoghi sono scontati, e si staglia in un cast che è quasi esclusivamente maschile. A un primo sguardo è ai limiti dell’irriconoscibile sul piano fisico: niente caschetto, ma capelli di media lunghezza. Niente spalle scoperte, schiena nuda o gambe sinuose. La sensualità non traspare neanche dagli abiti del tutto fuori contesto per gli ambienti in cui Overland Stage Raiders si svolge. Svanisce tutto ciò con cui oggi s’identifica Louise Brooks, quasi non fosse neanche più lei. Benché spogliata del fascino rimane comunque una bellezza. A parte le sopracciglia disegnate.

Simone Tarditi
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