Le piccole donne armate di The Other Side of the River

Le piccole donne armate di The Other Side of the River

November 26, 2021 0 By Simone Tarditi

Più che di piccole donne armate bisognerebbe dire giovani adulte che si armano, l’effetto metacineletterario del titolo dell’articolo verrebbe però meno. Ci troviamo nel Nord-Est della Siria, lungo un tratto del fiume Eufrate, da millenni percorso da ogni tipo di civiltà. Le sponde hanno lasciato spazio oggi a nuove forme di fertilità, tra cui la lotta per sconfiggere l’ISIS alimentata dal desiderio femminile di emancipazione, un processo che qui solo adesso è cominciato. In ultima sintesi, è questo ciò di cui si occupa The Other Side of the River, documentario diretto da Antonia Kilian, la quale si presenta in voice over durante i primissimi minuti per poi scomparire e lasciar parlare (e agire) le ragazze curde che decidono di arruolarsi nella milizia per contribuire attivamente alla liberazione del paese. Quindi: addestramento, allenamenti fisici, preparazioni, blitz notturni, condivisioni di cibo e bevande, identità diverse e un comune progetto. Tutto narrato quasi unicamente dal punto di vista femminile perché così dev’essere (i pochi uomini inquadrati, lo sono sempre da lontano: volti anonimi senza voce). Le protagoniste vengono colte in un momento di passaggio, sia d’età sia di attività: vanno incontro a un destino diverso da quello che sarebbe loro tradizionalmente imposto, conservando al contempo un’anima innocente, legata agli affetti della sfera famigliare da cui provengono (si veda il ruolo dei filmini con le versioni di loro stesse nel passato, mostrati direttamente dai dispositivi con cui son stati realizzati: telefonini, videocamere portatili, …). Non si assiste mai a nessuna vera guerriglia, il documentario testimonia quel che accade prima, in una fase preparatoria che per certi versi è dirompente tanto quanto la violenza bellica. Un’immagine su tutte: il camminare senza calze delle ragazze su pietre appuntite, per indurire la pianta del piede e non provare più dolore. Perfetta metafora del loro irrobustirsi interiore.

The Other Side of the River procede così per accumulo di materiale, racconta senza filtri una realtà pericolosa fatta di vite appese a un filo, qualcosa d’inimmaginabile per chi vive nel comfort occidentale. Quella mostrata nel documentario è una terra fatta di case disastrate e di città che sembrano più cumuli di macerie che concentrazioni organiche di edifici. Sul suolo, solo polvere e proiettili. In un ambiente di tale aridità stupisce vedere di tanto in tanto alberi cresciuti rigogliosi, alti, rimasti indenni dalla forza sterminatrice dell’Uomo. Questo rapporto tra distruzione e creazione/preservazione è un tema centrale in The Other Side of the River, che di fatto sta in bilico tra questi poli antitetici, ma complementari. Vi è anche un approccio in qualche modo “generazionale”: ci si sofferma in più momenti su quei bambini che forse da grandi erediteranno un paese migliore perché i loro genitori, fratelli e sorelle maggiori hanno imbracciato un fucile con lo scopo di difendere il loro futuro. Un ideale contraltare alle, purtroppo confermate, vicende che vedono altri bambini rapiti dall’ISIS per farne dei soldati(ni).

Simone Tarditi
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