L’eredità di Ghostbusters: Legacy

L’eredità di Ghostbusters: Legacy

November 27, 2021 0 By Gabriele Barducci

Più che eredità, potremmo definire Ghostbusters: Legacy tutto ciò che Star Wars – Il Risveglio della Forza non è stato, ovvero saccheggiare una continuità narrativa di un universo (più o meno noto o consolidato) e dar valore al narrato pregresso per continuare nel futuro.

Disney, J.J. Abrams e chiunque abbia lavorato alla concezione – singola – de Il Risveglio della Forza (cambiando poi le carte narrative per ogni capitolo successivo, creando a conti fatti una trilogia assai confusa e poco coerente) ha lavorato su scala mondiale, interplanetaria, gestendo gli iconici personaggi delle scorse trilogie quasi fossero pupazzetti in una grande stanza di giochi.

Con Ghostbusters la musica è diversa: il franchise si compone di un glorioso primo film e un dimenticabilissimo sequel, un reboot al femminile che non sembra aver capito cosa voglia essere, ed eravamo in un periodo dove Melissa McCarthy cercava di impostare una commedia demenziale al femminile in fallace equilibrio tra Una Notte da Leoni e Bridget Jones, una serie animata, diversi gadget, videogiochi, libri, fumetti e un fandom che mai sembra aver spento la fiamma della passione.

Legacy è il sottotitolo adattato in italiano e per una voglia risulta essere più funzionale di quel Afterlife in originale, perché mai come in altre produzione, si sottolinea l’importanza dell’eredità di una storia. A conti fatti, inoltre, il film è un glorioso omaggio ad Harold Ramis, attore e regista, che nel film originale interpretava il dottor Egon Spengler, l’elemento laconico, buffo e nerd.

Qui i protagonisti non sono i figli degli Acchiappafantasmi, bensì i nipoti di Spengler, con la morte di quest’ultimo che è la leva narrativa su cui costruire il film. Il resto è un lavoro da manuale per Jason Reitman che rievoca e rielabora, cita e non insiste mai con gli occhiolini allo spettatore e si evita anche l’inglorioso paragone di essere “Stranger Things che incontra Ghostbusters” perché sono proprio i bambini che incarnano quel senso di continuità narrativa, nel modo in cui si rievocano gli eventi passati (avete fatto caso quasi si annullano gli eventi del secondo film?) e si ricollegano ad oggi.

La Ecto 1 a sirene spiegate funziona anche al di fuori di New York ed è tutto bene e nell’omaggio finale ad Harold Ramis c’è tutto il senso del film, tra commozione, ricordi e nuove avventure, ancora in fase di rodaggio, ma è il miglior lavoro di revival fatto negli ultimi anni.

Gabriele Barducci